venerdì 29 febbraio 2008

Una volta ogni 4 anni

La civiltà occidentale ha acquisito culturalmente una concezione lineare del tempo, dove spazio e tempo procedono paralleli, idealmente verso un futuro, infatti sono stati gli antichi greci a insegnarci che era impossibile scendere due volte nello stesso fiume.
Il procedere del tempo è calcolato suddividendo il sorgere e tramontare del sole, in ore e minuti che diventano settimane, mesi e anni. E un giorno come questo, che capita solo una volta ogni 4 anni, messo per far quadrare i conti al calendario, sembra un po’ stonare in un pensiero così razionale e matematico. Da qui il detto popolare, chè voce di popolo voce di dio, non riuscendo a capire la trovata di un giorno in più piazzato ogni 4 anni ha elaborato ben due concetti fruibili a tutti con estrema chiarezza: anno bisesto, anno funesto e Febbraio febbraietto, corto corto e maledetto.
Tempo e magia, e ormai anche questo 29 febbraio tra qualche ora sarà cosa passata…

giovedì 28 febbraio 2008

Pecunia non olet

…ma avrei potuto scegliere anche piove sempre sul bagnato, o come apostrofa sempre mia mamma riferito a un qualsiasi essere umano che ha tanti soldi ma non sa goderseli: “chi ha il pane non ha i denti”.
Questo post nasce come riflessione, amara, a 2 articoli che ho letto questa mattina, uno sugli stipendi dei padri che sembrerebbero condizionare quelli dei figli, l’altro a proposito di come solo poche persone siano destinate a essere ricche.
Si evince che avere a che fare con i soldi (anche se mi piace scriverlo come dicono qui a Roma sordi perché sembrano di più) non è cosa per tutti; e non tutti possono diventare ricchi anche se fossero messi nelle condizioni per poterlo essere.
Lo so, notizie di questo tipo concomitanti alla consegna della busta paga di febbraio sono ad alto rischio depressione. I lettori con tendenze maniaco depressive dovrebbero leggere e pensare ad altro.
Per aiutarci a sprofondare nella depressione più nera, come se esistesse la necessità, ci viene incontro anche un certo signor Simon premio Nobel per non so che cosa, ma deduco, vista la questione, per l’economia, che sentenzia e sostiene, ma anche qui apro un altro inciso per dire che mi sembrano solo chiacchere e distintivo, vorrei tanto fare la prova, che se tutti i soldi del mondo fossero suddivisi in ugual misura a tutti gli abitanti della terra, nell’arco di cinque anni tornerebbe nelle tasche dei soliti noti. E anche per questo, da genitori con stipendi alti nascono figli con stipendi alti, da genitori con stipendi bassi nascono figli con stipendi bassi.
La ricchezza è quindi genetica. O si trasmette per osmosi. Della serie o sei figlio di Onassis o fattene un ragione. A sgobbare da qui all’eternità.

mercoledì 27 febbraio 2008

… una più del diavolo

Ieri sera ho imparato un altro modo di dire che definisce un particolare fenotipo femminile.
Avete presente quando nelle leggi di Murphy si raccomanda di non innamorarsi mai di una donna vista solo di spalle (nella stessa misura, il consiglio è valido riferito anche agli uomini, ma Murphy alias Bloch era uomo e quindi tutto il corpus di leggi ha una visione prettamente maschile anzi maschilista).
Per farla breve, la definizione era :“ Dietro liceo, davanti museo”.
Ditemi che non è un capolavoro!

lunedì 25 febbraio 2008

Sulle famiglie e delle piante grasse

Ho sempre paragonato la mia famiglia, quella dalla quale provengo e l’unica che abbia considerato tale, a una famiglia di piante grasse, o meglio a tanti piccoli vasi di cactus.
Non riusciamo a stare troppo vicini, perché rischiamo di farci male l’un l’altro, di pungerci con le spine. Abbiamo dei caratteri molto individualisti, quasi solitari, e sembra che ognuno viva bene solo all’interno del proprio spazio, che deve essere il più ampio possibile e fisicamente separato. Però nella lontananza, ciascuno a modo suo sente nostalgia e senso di appartenenza.
Sinceramente non so se anche nelle altre famiglie sia così. Negli anni della mia personale contestazione adolescenziale, da qualche parte avevo letto una frase che poi feci mia, nell’intento di fare del male ai miei genitori e a quelli che mi stavano intorno. La frase che a caratteri cubitali avevo scritto nel mio studio in modo che tutti avessero ben chiaro quale fosse la mia opinione, dopo un primo momento destabilizzante, non sortì l’effetto sperato, così via via perse nitidezza, e fu dopo una delle imbiancature periodiche sepolta nelle memoria delle pareti domestiche. E così insieme alle mani stampate e all’arte preverbale dell’asilo, ai murales educativo-pedagogici delle elementari, ai cuoricini dei primi scombussolamenti ormonali delle scuole medie, sotto strati di intonacato è conservato anche il periodo rivoluzionari con: la famiglia è ariosa come una camera a gas.
Altro che piante grasse!!

venerdì 22 febbraio 2008

Confusione

Se ovunque percepiamo coincidenze, è perché il cervello umano è resettato per cogliere l’ordine dal disordine e il senso dal nonsenso.
Stamani, mentre stavo facendo colazione, ho constatato l’avvenuto decesso, o meglio la mai vita, del mio nocciolo di avocado. Sicuramente per colpa mia ha vissuto momenti di estrema arsura, però anche lui non mi è venuto incontro.
La prima pausa caffè della giornata è coincisa con una breve passeggiata esterna e furto nel fantastico giardino della marrana. Chiara ha letto che la Nepeta, pianta abbondantemente usata come bordura nel fantastico giardino della marrana (così sono chiamate dai locali le poche aiuole che circondano i tre monoliti), ha effetti allucinogeni sui gatti, e stamani ha chiesto il mio aiuto per coglierne un mazzolino da portare ai suoi tre gatti.
A rebours, forse la nepeta ha effetto anche sugli uomini?, mi è tornato in mente un episodio di tanti anni fa, quando con Raffaele e alcuni suoi ex compagni di studio, nei boschi della Catalunia, un pomeriggio di settembre, abbiamo mietuto una piccola coltivazione di cannabis sativa, seminata dal Raffa e dai suoi ex colleghi qualche mese prima, come suggello della loro amicizia. Ricordo quel giorno come particolarmente spensierato, il classico giorno del cazzeggio universitario, quando non si sa bene cosa fare, ma si sta facendo comunque qualcosa.
Il viaggio all’interno della mia mente si sposta sempre più a ritroso nel tempo, e mi ricordo di un professorone, per la stazza e per la preparazione, dell’università, che durante una lezione di biologia molecolare, fece una digressione sociale, raccontando alla classe, di una ricerca svolta in Lunigiana sui libri parrocchiali. Anticamente in Lunigiana, terra estremamente povera, veniva coltivata in larga scala la canapa per uso tessile, e dai registri parrocchiali, dove erano segnate anche tutte le informazioni legati ai cicli della terra e della raccolta, risultavano registrati due periodi dell’anno particolarmente prolifici, che corrispondevano ai nove mesi dopo le due mietiture annue della pianta.
Quale sia il filo comune di tutti questi ricordi, oltre all’elemento botanico, non so spiegarmelo, molto probabilmente il mio cervello sta cogliendo un ordine nel disordine.

giovedì 21 febbraio 2008

Punto G



Oggi, 21 febbraio 2008, finalmente il genere umano ha una certezza in più.
Esiste il punto G.
Dopo anni e anni, di ricerca sono riusciti a fotografarlo! (vedi immagine)
È una specie di punto nero, oddio la definizione non è delle migliori, non che sia esperta nel leggere ecografie e radiografie, però dando un’occhiata alle immagini pubblicate sui giornali, non saprei con quale altra terminologia indicarlo.
Fisiologicamente, il punto G si presenterebbe come un ispessimento della parete vaginale, che si vede, si fa fotografare e si può misurare. Però, c’è un però, solo alcune donne hanno il punto G. Come dice Sara è una questione di geni.
Jacopo Fo, uno dei più grandi esperti in materia, ha rassicurato un po’ tutte dicendo, che il punto G è patrimonio genetico comune, però in alcune donne è atrofizzato, vuoi per mancanza di materia prima, vuoi per i soliti mal di testa sempre più frequenti. Sempre secondo il gran maestro, però esercizi mirati e una pratica costante, possono aiutare a dare una svolta alla situazione.
Ho pensato che per molte, allattate da questa notizia, sarebbe stato un fine settimana di fuoco, non il mio causa l'imminente arrivo di mamma e papà (devo pulire casa!!!), tutto fremiti e passioni, poi però vado a leggere che: “Gli uomini vanno in letargo a primavera”; praticamente in primavera gli si scatena quel tipo di mal di testa, che porta stanchezza cronica, e aumenta i livelli di stress e irritabilità.
Aspetteremo tempi migliori.

martedì 19 febbraio 2008

Santa subito!

Mi sono messa una mano sul cuore, un paio di zerinol nello stomaco e ho deciso di andare a lavorare.
Santa subito.

lunedì 18 febbraio 2008

Prodromi o postumi

È quasi ora della libera uscita, si potrebbe dire che anche oggi è fatta. Ma c’è qualcosa che non va. Non riesco a capire se siano i prodromi di una influenza o la sindrome del lunedì, che sta per colpire anche il martedì.
Sento freddo e non riesco a scaldarmi, ho messo sulle spalle anche uno scialle che gentilmente mi è stato non prestato, nel senso che era a disposizione, sulla sua postazione abbandonata, da una collega. Sembro nonna Abelarda, e mi sento il viso in fiamme con le guance rosse come quelle di Heidi.
Chissà quale sarà il verdetto?

venerdì 15 febbraio 2008

Foche

Metà delle notizie che vengono proposte quotidianamente sono studiate per cambiare la giornata, dare una svolta positiva, soprattutto quando gira male dal primo mattino. L’altra metà è una sorta di memento mori. Un giusto equilibrio per impedire ogni guizzo di attività pensante autonoma, e spirito d’iniziativa.
Su Repubblica.it, nello spazio cazzate del giorno, c’è il servizio fotografico fatto a Pamela Anderson, che ha accettato l’invito di Brigitte Bardot, e si è impegnata formalmente, anima e tette, a farsi ambasciatrice presso il governo canadese per chiedere la fine della caccia alle foche (causa nobile, ma poco credibile la Anderson come testimonial).
http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/pamela-foche/1.html
Pamela incontra BB. "Difendiamo le foche"
In 30 anni siamo passati da W la foca, a difendiamo le foche.
Alla faccia dell’immobilismo.

giovedì 14 febbraio 2008

Le regole del gioco


Mi sono imbattuta in un saggio molto interessante, e più procedevo nelle lettura più si faceva concreta l’impressione di un deja vù o deja sentù: le promesse fatte nelle varie campagne politiche.
Ho riportato il concetto, che seppur riferito a un altro contesto, trovo fondamentale essere ricordato, parola per parola, virgole incluse, da qui al prossimo 13 aprile.
Meditate gente, meditate!

“Queste regole hanno qualche cosa di arbitrario e il primo venuto, se le trova assurde o soffocanti, è libero di rifiutarle e dipingere senza prospettiva, scrivere senza rima né cadenza, comporre suoni al di fuori della regolamentare armonia. Così facendo, egli non sta più al gioco e contribuisce a distruggerlo perché, proprio come per il gioco, queste regole esistono solo per il rispetto che si porta loro. Negarle tuttavia, è al tempo stesso abbozzare i criteri futuri di una nuova perfezione, di un altro gioco il cui codice, ancora vago, diventerà a sua volta tirannico, imbriglierà ogni audacia e metterà nuovamente al bando la fantasia sacrilega. Ogni rottura che infrange un divieto codificato prefigura già un altro sistema, non meno rigido né meno gratuito”.
Roger Caillois - Les jeux et les hommes, 1967

mercoledì 13 febbraio 2008

Sanvalentino

Non mi ero resa conto gli anni scorsi, che i media dessero così tanto spazio a San Valentino.
Chi ne ricostruisce la cronistoria, agiografia per i più colti, con tanto di miracolistica annessa, chi elargisce consigli sui regali per stupire sia lei sia lui, e chi fa una previsione economica di quanto andrà a incidere sull’inflazione di febbraio l’aumento dei ristoranti, dei fiori e della cioccolata.
E poi, le interviste che hanno iniziato a propinarci subdolamente dal giorno dopo la fine del carnevale, sull’importanza dell’amore nella vita di tanti emeriti sconosciuti. Veramente interessantissime. Trovo imperdibile e imperdonabile, scoprire come pincopallino abbia incontrato pincopallina, o non essere edotta sulle tecniche di seduzione usate da picopallina per far capitolare il suo pincopallino.
Dall’alto dei miei innumerevoli sanvalentini passati ho la competenza per poter affermare: niente regalini solo opere di bene, possibilmente dal carato in poi.

lunedì 11 febbraio 2008

Nuovo vocabolario enciclopedico della lingua quasi italiana



Non credevo di aver intrapreso una class action.
L’idea di scrivere un vocabolario con tutto il turpiloquio di una delle colleghe meno amate, era nata un po’ per esorcizzare il fatto che mi infastidiva il suo inutile parlare, un po’ perché aveva del ridicolo quel suo modo di distruggere e creare parole a suo personale consumo.
Invece stamattina, ho scoperto che il vocabolario ha trovato molti estimatori, è stata proposta la pubblicazione e la diffusione aziendale. Ma cosa più gradita mi sono arrivate email, con parole e frasi idiomatiche da inserire nella mia raccolta. Perle linguistiche che sarebbero andate irrimediabilmente perdute.
Frase del giorno:
Un paio di ciufoli quadrati o un par de ciufoli quadi: riferimento agli attributi del fortunato consorte.

domenica 10 febbraio 2008

Vita di città

Chissà se è vero che in America quando arriva un nuovo vicino gli si va a portare una torta per dargli il benvenuto?

Da poco meno di un anno sul mio stesso pianerottolo, nel portone di fronte al mio è venuta a vivere una ragazza, per ragazza intendo un elemento femminile dai 30 ai 40 anni. So che è una donna perché me lo disse il portiere l’ufficio informazioni condominiali, qualche mese fa; e dopo la sua venuta credo di averla incontrata forse, al massimo, tre volte, sempre di corsa, mentre una delle due stava rientrando o uscendo da casa, ma posso giurare che non avrei saputo dire se fosse stata bionda o mora, alta o bassa.

Abbiamo condiviso una parete, anzi ci ha separato un muro, neppure troppo spesso, perché io percepivo i suoi programmi televisivi o la sua radiosveglia che suona dieci minuti dopo la mia, ma senza sapere nulla l’una dell’altra.

Poi, stasera rientro a casa, e dopo qualche minuto sento che anche lei è davanti al portone di casa, sento che sta provando ad aprire, gira le varie mandate, diverse volte, tornando indietro, riprovando, sbuffando. Non avendo la sindrome della vicina dietro la porta, continuo a fare i fatti miei, andando avanti nel progetto di mettermi a fare una delle cose che più odio in assoluto e che continuo a rimandare, per la quale ho rinunciato a un cinema, cioè stirare le camicie e le magliette.

Stavo aspettando che il vapore si scaldasse e continuo a sentire dietro alla porta la vicina che gira la chiave, togliendola e mettendola nella serratura, penso di affacciarmi per vedere se ha bisogno di aiuto, controllando prima però di essere vestita in maniera dignitosa e non da profuga bosniaca.

Apro la porta, e lei subito si scusa per il rumore, ma non era mia intenzione lamentarmi per il rumore, e mi dice che non riesce ad entrare in casa, la porta è come fosse stata chiusa dall’interno. Metto a disposizione la mia abilità ma è veramente impossibile riuscire ad aprire la porta.

Il pianerottolo comincia ad affollarsi, varie consulenze, vari incontri con tanto di stretta di mano e piacere sono…, varie ipotesi, finché si delinea purtroppo la più concreta, nel fine settimana sono entrati dei ladri dalla finestra che hanno chiuso la porta dall’interno per lavorare indisturbati. Sicuramente non è stato un evento piacevole, ma per la prima volta ho conosciuto i vicini. Ho invitato Lucia, la vicina derubata, e altri due vicini a prendere un te in attesa che arrivassero i carabinieri, che sono venuti, solo pochi minuti fa, quando Lucia era riuscita ad entrare in casa e io mi ero messa in fine a stirare.

La vita di città porta a vivere ognuno chiuso tra le sue quattro mura, tutti presi dal proprio piccolo mondo, senza torte da condividere o bistecche sul barbecue da offrire ai vicini, poi una finestra forzata e una porta chiusa fanno conoscere la persona dell’appartamento di fronte quella che si sveglia dieci minuti dopo.

venerdì 8 febbraio 2008

Muble muble

Muble, muble. Stavo pensando ad alta voce.
È l’ennesima volta che provo a finire di fare un lavoro, ma l’ambiente che mi circonda è fonte di distrazioni. Soprattutto una collega che innamorata della propria voce, invece di parlare, ma potrebbe stare tranquillamente zitta, urla. Per sdrammatizzare questo momento di estremo nervosismo ho messo nero su bianco il lessico adoperato, dalla sopraccitata collega, una sorta di vocabolario illustrato, perché l’aspetto iconografico, affidato al collega, in certe affermazioni è essenziale.
Il termine più usato di oggi, venerdì 8 febbraio, è stato caterva.
Caterva: incredibilmente e indicibilmente tanto, per traslato “ho una caterva di cose da fare” non c’ho un cazzo da fare ma devo rompere ugualmente le balle a tutti.
Buon fine settimana.

Commesse




Che i film siano quanto di più lontano dalla realtà è un’affermazione che non cambierà il fine settimana a nessuno, se non il mio.
Avevo adocchiato un paio di pantaloni in vetrina da un po' di giorni, poi era successo che un giorno ero rimasta senza soldi, un altro ero di fretta, e ho dovuto sempre rimandare l'acquisto.
Tutte le mattine che passavo davanti alla vetrina e il negozio era ancora chiuso mi convincevo di quanto avrei desiderato farli miei. Quando finalmente due sere fa, si è verificata la condizione ottimale, tempo + soldi, e mi decido a oltrepassare la soglia, pensando che sono proprio belli. Chi non apprezza la Kinsella non potrà mai capire il senso di vertigine che una donna prova nell’atto dell’acquisto di un qualsiasi bene voluttuoso.
Chiedo alla commessa che mi viene incontro abbronzantissima di poter provare quel paio di pantaloni esposti in vetrina, mi lancia un’occhiata plicometrica e mi fa sapere che è rimasta solo una 44, che però veste poco, altrimenti della mia taglia c’è uno splendido colore dissenteria.
No!!! Che disdetta. Disperazione.
Con fare abbastanza gentile, ma con quell’aria da stronza di chi la sa lunga, mi consiglia di provarla ugualmente, perché ribadisce che veste poco. Di solito, un po’ per orgoglio ma soprattutto per non vedere la faccia compiaciuta della commessa che sembra dire cara mia l’età avanza e il culo cresce, non provo mai taglie che non mi competono, ma forse le congiunzioni astrali quella sera mi hanno voluto mandare un messaggio, e con la morte nel cuore sono entrata nel camerino.
Mi vanno bene, mi vestono perfettamente, nel giro di un aprire e chiudere la porta di un camerino, sono diventata una 44. Mi guardo allo specchio non mi vedo più grassa, sono più o meno la stessa, i dolci di carnevale e ancor prima quelli di natale mi hanno lasciato un po’ più morbida, ma non certo di 2 taglie. Con le lacrime agli occhi, per puro masochismo, per segnare sul calendario l’inizio della catastrofe mi dirigo verso la cassa decisa a compiere l’estremo atto dell’acquisto, però mi è passata tutta l’euforia e la leggerezza che sentivo prima.
Con passo mesto esco e decido che l’unico modo per tirarmi su è acquistare qualcos’altro, possibilmente di taglia non superiore al 42, una bella camicia di seta, da mettere sui pantaloni e non solo, potrebbe aiutarmi in un momento di così profonda disperazione.
Cammino veloce sperando che nei pochi metri per arrivare all’altro negozio si riattivi la circolazione e si brucino tutti i grassi di troppo, vana speranza, però è un modo come un altro per aumentare la fiducia in se stessi.
Qui la commessa è, come dicono da queste parti una madre di famija, una presenza rassicurante, che non può pugnalarti alle spalle. Chiedo quasi con le lacrime agli occhi di vedere una camicia lilla dello stesso colore delle impunture dei pantaloni, che estraggo dalla busta. Ricevo dei complimenti per la precedente scelta, lo so ho sempre avuto gusti soprafini, e anche questa volta non sono stata da meno, però sono diventata una dozzinale 44.
Con occhi esperti, cioè di chi sa dove andare a guardare, controlla la taglia sul passante interno per regolarsi sulla disponibilità di camicette lilla, vorrei dirle di essere clemente, che finito il carnevale mi metterò a dieta, appena le giornate si faranno più lunghe, nei giorni pari, andrò a correre al parco, ma mi precede con parole che scatenano in me una gioia irrefranabile, che vorrei saltarle addosso e riempirla di baci d’affetto; “beh con un 40 guardiamo una S”. Un 40, 4 e 0, non 4 e 4. Ho paura a controllare, temo di aver avuto un miraggio acustico. E invece no, sono proprio un 40, alla faccia della commessa abbronzantissima e analfabeta.

P.s.
Odio, quando chiedo di provare un vestito e la commessa con una vocina nasale e garrula, urla "Ti sta benissimo" "Ti cade perfettamente" quando ho la certezza che il gobbo di Notre Dame sia più aggraziato. Bugiarda. Per quanto abbia scoperto di recente di essere astigmatica, riesco a vedere e giudicare cosa mi sta bene e cosa mi sta da schifo.
Odio, dopo aver espresso una scelta cromatica, che mi si risponda "Quest'anno il blu non è di moda; il rosso è il tuo colore", se voglio essere fuori moda, o indossare un colore che mi sbatte, ho tutto il diritto di farlo. Un semplice l'abbiamo finito è più apprezzato.
Odio gli sguardi di commiserazione e l’aria di superficialità con la quale scrutano quello che indosso, questo avviene soprattutto nei posti da prezzo minimo 100 euro, se decido di vestirmi con gli abiti presi dal sacco dei ciechi sono fatti miei.

mercoledì 6 febbraio 2008

Lavorare stanca


In una giornata come questa andare a lavorare è un crimine contro l’umanità. Soprattutto se preceduta da due giorni di diluvio universale.
Comunque questa mia perplessità sull’opportunità o meno di andare a lavorare o starsene in giro per parchi e ville, nasce da un’altra considerazione: esiste un lavoro ideale?
O proprio in virtù del fatto che il lavoro non si chiama piccolo spazio pubblicità è destinato a penare l’esistenza dell’uomo ( mi viene in mente una battuta che mi è stata fatta qualche sera al telefono, perché avevo dovuto spostare un appuntamento, causa uscita posticipata dall’ufficio – il lavoro nobilita gli uomini e umilia le donne)?
Se dovessi descrivere il lavoro ideale metterei al primo posto l’affidamento delle competenze alle persone competenti. Ho sempre avuto l’impressione, invece, che le competenze, funzioni, o come dir si voglia, arrivando al popolare e chiaro posto, siano assegnati secondo un capriccio divino, imponderabile, inspiegabile, contro ogni logica e buon senso. Per inciso, di conseguenza eliminerei tutte le qualifiche, ma soprattutto dott., dott.ssa che alcuni dipendenti si fanno pre-impostare nelle e-mail aziendali, soprattutto se gli altisonanti titoli sono stati ottenuti mettendo insieme le figurine panini di goldrake, gig robot d’acciaio e heidi o stazionando all’università oltre 10 anni, tanto dopo c’è papà che conosce.
Democrazia. Se esiste l’obbligo di rispettare un comportamento (nella mia azienda si chiama codice aziendale e quando viene nominato mi viene da ridere perché per assonanza ricorda tanto il film Codice d’onore) e se il mancato rispetto porta a sanzioni, le sanzioni dovrebbero essere applicate a tutti. Non un giorno sì, e cento no, né tanto meno a questi sì ma a questi no.
Altro aspetto che ritengo importante è l’aggiornamento continuo, e non è che se uno è arrivato al lavoro con la terza elementare l’azienda deve farlo diventare ingegnere nucleare, ma l’azienda dovrebbe assumersi anche l’impegno di non far tornare il dipendente analfabeta, proponendo almeno qualche giornata di formazione; anche su come fare fotocopie migliori, con minor spreco di carta.
Flessibilità. Orari flessibili che se un giorno si finisce prima è possibile uscire prima piuttosto che rimanere in giro per gli uffici a perdere tempo o a scaldare la sedia, in attesa che suoni la campanella.
Non ho accennato alle retribuzioni, perché meriterebbe un discorso un po’ più approfondito, meno faceto, e per alcuni versi anche impopolare. Sarà per un’altra volta.

lunedì 4 febbraio 2008

110-70

Questa mattina hanno fatto le visite mediche aziendali.
Ho scoperto di essere ipermetrope. Data la mia ignoranza sono andata a cercare su wikipedia cosa cavolo fosse l’ipermetropia, e ho scoperto che colpisce 6 milioni di persone in Italia.
Comunque sembrerebbe, si dice, che nell'occhio normale i raggi luminosi che provengono dagli oggetti distanti vanno a fuoco esattamente sulla retina. Nell'occhio ipermetrope i raggi luminosi invece vanno a fuoco dietro alla retina: l'ipermetrope percepisce quindi un'immagine confusa.
Da qui la mia confusione percettiva ed esistenziale.
La causa di questa mio deficit visivo è che, sempre secondo wikipedia, ho l’occhio troppo corto. Corto?? Cosa vuol dire occhio corto? I miei occhi smeraldini corti? Ma come si permettono.
Gli altri controlli però sono andati tutti bene: cuore, polmoni, collo (sì mi hanno tastato anche il collo, provocandomi quasi conati di vomito) e pressione: 110-70.

domenica 3 febbraio 2008

Considerazioni esistenziali

una vita da mediano
a recuperar palloni
nato senza i piedi buoni
lavorare sui polmoni
una vita da mediano
con dei compiti precisi
a coprire certe zone…

Non che questa canzone centri molto con quello che avevo in testa di scrivere, ma mi induce una riflessione di presa consapevolezza nell’aver vissuto una vita contraddistinta da disturbi alimentari, e cambiare ora sarebbe un lavoro improbo, fatica inutile.

L’antefatto è stato una cena in un delizioso e accogliente ristorante macrobiotico venerdi sera. Il cibo come sorgente di salute è entusiasmante, anche la serenità che ti infonde l’ambiente macrobiotico è surreale, viene quasi da credere che esista un mondo migliore.
Mangiando riso cucinato con pazienza e germogli di verdure ho sentito appagato sia il mio gusto sia il mio io, altrettanto dicasi davanti a una fetta di morbida torta con banane e noci, preparata con farina di riso e senza zucchero, questo cattivone. Ho sentito un’elevazione spirituale, che si è prolungata anche il sabato mattina quando la sveglia è suonata presto, per il famoso corso di formazione, e nostante tutto mi sono alzata quasi convinta che stessi facendo la cosa giusta.
Ho investito anche qualche euro nell’acquisto di una busta di te bancha, un te verde senza caffeine ma ricco di sali minerali, che sicuramente farà bene alla mia salute, al mio spirito e alla mia pelle, ma ho sempre più la consapevolezza che non è questa la mia strada o quantomeno una strada che non riuscirò a percorrere.
Una vita di bulimia e altri disturbi alimentari sono anche questi una scelta di vita e alimentare, che non può essere stravolta con una cena.
Odio cucinare, pensare di dover preparare una cena o un pranzo mi fa venire i capelli bianchi, la depressione, il nervoso, l’ansia e sfoghi cutanei (le persone che mi è capitato di nutrire, dovrebbero sapere che l’ho fatto solo per un immenso amore nei loro confronti non certo per passione).
Per me cibo è sinonimo di cose da mangiare per non sentire lo stomaco lamentarsi, nel mio frigorifero ideale, solo formaggi, gelati, yogurt, cose, insomma, pronte all’uso, senza bisogno di particolari preparazioni o cotture (vanno bene anche tutte le insalate a base di pasta, riso, mare che si trovano già pronte nelle vaschette). Cracker salati, chips, cornetti per una dispensa, degna di sittanto frigo.

Sicuramente la cultura macrobiotica, è molto interessante, ma non è per me. Troppo dure a morire la mia personale cultura e abitudini alimentari.