venerdì 31 luglio 2009

Io non sono una di quelle…

Così è più o meno iniziata una della conversazioni femminili più assurde cui mi è capitato di assistere ultimamente. È il caso di dire che a volte ce l’andiamo proprio a cercare; siamo cioè bravissime a farci un fondo schiena tanto per dimostrare a noi stesse, alle altre donne e agli uomini quanto siamo brave, indipendenti, emancipate, intelligenti, simpatiche, coraggiose, competitive, preparate, ecc. e poi è sufficiente una frase per cancellare tutto. Non dico che sarebbe meglio tacere, non parlare, come spesso ci viene detto un po’ per scherzo un po’ seriamente, ma almeno nei momenti topici sarebbe il caso di spendere un secondo in più prima di dare fiato alle parole. Perché è su questi momenti infinitesimali che ci si gioca la reputazione e la credibilità.

“Bella questa borsa”
“Ti piace? L’ho comprata in un negozio vicino a …., pensa era in saldo, l’ho pagata solo….”
“Se ho tempo mi piacerebbe fare un salto in quel negozio”
“Fai bene, guarda io ho preso questa borsa perché ho pensato che fosse elegante e al tempo stesso funzionale, e poi è un colore che va bene un po’ per tutto”
“Decisamente sta bene su tutto, e poi sai io non sono una di quelle che ogni volta che si mette le scarpe ci abbina la borsa. Anche perché tutte le volte che cambio borsa poi non trovo qualcosa”
“Sì anch’io… per la borsa e le scarpe è così, un po’ come con le mutande e il reggiseno”
“…”
“In fondo quando ti cambi le mutande non sempre ti cambi anche il reggiseno”

Non ho capito se il silenzio che si è venuto a creare intorno agli allegri consigli delle due comari sia stato più profondo e imbarazzato alle parole “io non sono una di quelle” preludio di chissà quali inconfessabili segreti o all’avverbio temporale “quando” riferito al cambio delle mutande (quando!!!!! ti cambi).

Io comunque non sono una di quelle 2!

giovedì 30 luglio 2009

Dall’Africa all’Asia: l’infanzia negata


Nei giorni scorsi i militari pakistani si sono trovati davanti a un fenomeno di violenza inaudita: oltre 200 bambini fra gli 8 e i 13 anni malnutriti e malati rapiti dai talebani e addestrati per diventare baby-kamikaze, cioè terroristi suicidi da spedire conto il nemico o contro obiettivi civili. Secondo i militari, i bambini sono stati addestrati militarmente e sono stati sottoposti a “lavaggio del cervello”, tanto da inculcare nelle loro giovani e fragili sicurezze, l’odio nei confronti dei genitori, tanto da dire di volerli uccidere. Per avere maggiori informazioni sui bambini che vengono usati nelle guerre ho trovato il sito http://www.bambinisoldato.it/: “Mezzo milione di minori sono impiegati negli eserciti regolari e nei gruppi armati di opposizione in 85 paesi; più di 250.000 di questi prendono parte ai combattimenti in 35 paesi, e ben 120.000 solo nel continente africano”.

Qualche anno fa mi era invece capitato di presentare un reportage fotografico realizzato da Massimiliano Troiano dal titolo Sud Sudan (in qualche scatolone dei miei innumerevoli traslochi ho ancora sicuramente il catalogo che mi regalò), e per la prima volta ho sentito parlare dei bambini stregoni (les enfants sorciers) in Africa. In genere sono bambini piccoli, che difficilmente per molti motivi arrivano ai 12 anni, accusati dagli stessi familiari di esercitare poteri occulti. Questa loro prerogativa del tutto arbitraria, stabilita perché magari si sono trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato, li costringe a subire umiliazioni, violenze ed esorcismi. In genere sono allontanati dalle famiglie perché accusati di portare malattia, miseria, morte; vivono nelle strade, e rischiano di essere bruciati vivi, proprio come si faceva con le streghe 500 anni fa in Europa.
Ps. Ho scritto questo post dopo che questa mattina ho scelto come notizia da mettere in primo piano della liberazione dei 200 baby kamikaze, che ha risvegliato dalla memoria la storia dei bambini stregone.

mercoledì 29 luglio 2009

Lubna Ahmed al-Hussein


Oggi la giornalista sudanese Lubna Ahmed al-Hussein (foto) si presenterà davanti al giudice di Khartoum che renderà esecutiva una pena di 40 frustate e 250 sterline sudanesi. Lubna Ahmed al-Hussein è stata infatti accusata di aver indossato abiti non consoni ad una donna in un locale pubblico: un paio di pantaloni. Non pantaloni inguinali, hotpant, con le chiappa al vento, fascianti, trasparenti, ma comuni pantaloni. Nella retata della polizia al ristorante dove stava pranzando Lubna Ahmed al-Hussein sono rimaste coinvolte anche altre 10 donne, che già hanno scontato la loro punizione.

In vista dell'applicazione della sentenza, Lubna Ahmed al-Hussein ha distribuito 500 inviti per assistere alla fustigazione a colleghi, amici e politici perché: “ è importante che le persone sappiano cosa accade”. E se ne parli.

martedì 28 luglio 2009

Bubble wrap




Non so perché, ma alla fine di certe giornate mi sento come la carta scoppiettini in mano a un nevrotico.

Dire o non dire?


Un dubbio mi sta arrovellando da più giorni: dire o non dire? Lasciare passare un’informazione molto delicata di cui sono venuta a conoscenza, o gettare il sasso? Se dovessi pubblicarla su un giornale dovrei poter dimostrare la fondatezza, darne prova. Non ho però prove, se non una conversazione avvenuta tra me e la persona informata del fatto, che sicuramente non si prenderebbe la responsabilità di confermare o avvallare la notizia. In realtà, dopo tutto quello che è accaduto negli ultimi periodi, scandali sessuali inclusi, per una notizia del genere non si innalzerebbero barricate (cioè repubblica non pubblicherebbe liste di domande, e l’espresso non ne farebbe un titolo da copertina). Probabilmente non stupirebbe alcuno, al limite potrebbe essere solo una conferma del italico costume (malcostume) forse da commentare distrattamente sotto l’ombrellone. Che fare? Dire e non dire nello stesso tempo, minimizzando i toni.

Sembra che per ricevere attenzione, cioè stringere rapporti commerciali, con una determinata carica istituzionale, sia necessario stringere rapporti con un membro particolare del suo staff. Che non è proprio un membro del suo staff, ma una persona eletta in una delle due camere del parlamento che lo segue come un ombra, almeno fino a quando la moglie non è presente. Nel caso specifico i due avrebbero fatto un vero e proprio compromesso storico, in questo caso tra nord e sud.

venerdì 24 luglio 2009

Categorie

Le persone che sono sicure di avere sempre ragione sono pericolose; soprattutto sulla strada. E in meno di dieci ore mi sono imbattuta in ben due esemplari.

La prima è una di quelle signore tracollo ma non mollo che parcheggia in seconda fila perché ha adocchiato un annuncio di un ulteriore ribasso e non può farsi scappare l’occasione; ma invece di guardare lo specchietto retrovisore continua a puntare come un cane da caccia le promesse del consumismo e spalanca all’improvviso la portiera lato strada. Ovviamente la reazione non è stata di scusa nei confronti della persona sul motorino (io) che stava lasciando stampata la sua fotografia sulla portiera, bensì “ti sembra questo il modo di guidare”. Solo la folla inferocita testimone dell’accaduto ha insufflato nel suo ego sconfinato un vago sentimento di “forse ho sbagliato” e di uno “scusa” appena sussurrato e poco convinta.

La seconda è un tipetto fumino anzichenò che guida un sorta dai vasca da bagno a motore, sproporzionata per il traffico cittadino ed esagerata per la sua costituzione che al semaforo occupa irremovibile la corsia per la svolta a destra in attesa del verde per attraversare l’incrocio. Alle lamentele degli automobilisti che rimango come degli idioti ad attendere i suoi comodi lui risponde con fare provocatorio e dimostrando irragionevolmente le sue ragioni.

martedì 21 luglio 2009

Succede anche questo

Un’azienda ha deciso di scegliere come sponsor per una sua linea di prodotti un testimonial di eccezione: una bellezza sud americana fidanzata con un famoso paparazzo che ha avuto problemi con la giustizia.

Il giorno dell’incontro per la definizione del contratto, la direzione dell’azienda dapprima pensa di mandare una mail nella quale si specifichi che dalle 11 alle 12,30, a causa di un’importante visita, nessuno avrebbe dovuto lasciare la propria scrivania, percorrere il corridoio, affacciarsi alle porte, e i dipendenti avrebbero potuto recarsi in bagno solo per comprovate e urgenti esigenze, pena il licenziamento immediato. Quindi la direzione consigliata forse da un avvocato ha optato per una soluzione che non lasciasse strascichi: la responsabile del personale, ha ripetuto a voce ufficio per ufficio le norme di comportamento e le eventuali sanzioni che avrebbero dovute essere spedite via email, in occasione di questa importante presenza in azienda.

La stragrande maggioranza di dipendenti si chiede ancora chi sia stato l’importante ospite, e soprattutto il perché di queste misure restrittive e punitive. Cosa sarebbe potuto accadere? Moltitudini di dipendenti deliranti che si accapigliano per un autografo? Voci di dissenso e proteste con fazzoletti verdi? Non lo potremo mai sapere, qualcuno per non cedere alla tentazione si è legato alla scrivania, altri hanno usato il cestino come padella, altri ancora si sono sfogati raccontando l’accaduto agli amici, che sono rimasti senza parole.

lunedì 20 luglio 2009

Dei barboni tutti se ne dimenticano ...

Dei barboni tutti se ne dimenticano e forse per questo motivo sono dei barboni.

Dopo quasi 15 giorni che facevo la stessa rotatoria per tornare a casa, una sera mi sono accorta che sull’unica panchina all’interno della rotatoria, protetto da una pianta che sembra una palma nana e malconcia dormiva un barbone. Anzi, ho scoperto poi che di sera stava seduto e beveva cartoni di vino, di giorno invece dormiva coperto con scatole e cartoni. Si può dire che il cartone sia un suo riferimento. Una mattina che andavo al mercato ho visto che era sveglio così gli ho chiesto se potevo comprargli qualcosa, lui ha provato a mettere in fila delle parole comprensibili insieme a un’alitata mefitica e mi ha detto che voleva il vino. Ho provato a fargli capire che di vino ne aveva anche troppo, così come di cicche di sigarette, gli ho offerto un panino con il formaggio e una bottiglia d’acqua, lui ha guardato prima il panino che ha messo in tasca e la bottiglia d’acqua e mi ha risposto che così avrebbe potuto darsi una sciacquata. Un’altra volta tornando dal mercato gli ho lasciato una busta con un pollo allo spiedo e un paio di banane, ma lui dormiva e non ha neppure aperto gli occhi al frusciare della busta di plastica vicino alla testa.

Poi una sera tornando a casa stavo pensando a una fantastica doccia che mi avrebbe tolto tutta la puzza del giorno da dosso, mi sono accorta che nella rotatoria non c’era più la panchina. Solo dopo qualche secondo ho realizzato che con la panchina era sparito anche il suo occupante. Ho pensato che essendo a ridosso del g8 potesse essere una misura provvisoria di pulizia della città. E così per un po’ mi sono dimenticata del barbone. Non l’ho più visto e me ne sono completamente dimenticata, non ho chiesto neppure alla signora che sta alla cassa del panettiere che sa della vita di tutti (anche della mia, anche se la nostra conversazione è limitata al buongiorno, quant’è, grazie e arrivederci) se sapeva cosa fosse successo alla panchina, perché non fosse più al suo posto e soprattutto del barbone.

Passato però il g8 la panchina non è tornata al suo posto, e del barbone nessuna traccia, nessun cartone di vino vuoto a segnare la sua presenza come quella di pollicino con le briciole. Da giorni volevo scrivere di lui sul blog, segnalare la sparizione, ma me ne sono sempre dimenticata, mi tornava solo in mente quando mi trovavo alla rotatoria ormai disabitata.
Sabato mattina mentre andavo a prendermi il giornale e fare bancomat su un muretto sotto il sole caldo delle undici, vedo il barbone della rotatoria, è sveglio, ha davanti e intorno a se ha i segni della sua cartonosa presenza. Gli vado incontro e gli chiedo se ha fame, ovviamente mi risponde che ha sete, io gli dico che il vino non glielo compro, ma lui mi stupisce dicendomi che ha sete di cappuccino. Va bene, cappuccino e cornetto!, e lui prova a ridere.

Questione morale nr.3

Venerdì sera mentre uscivo dalla redazione sono passata davanti a una vetrina di un negozio d’abbigliamento molto fuori dalla portata economica di un free lance o di un a progetto. Mi è capitato di buttare uno sguardo veloce perché attratta da un giallo acido sgargiante e immettibile, quando discretamente appoggiata al pavimento ho riconosciuto una sagoma che avevo visto qualche giorno fa su diversi giornali niente meno che le borse che la sindachessa di roma regalò alle signore del g8. Incuriosita mi sono avvicinata per vedere dove potranno riporre portafoglio, cellulare, occhiali, fazzoletti di carta, burro cacao, documenti della macchina e giornali le ladies g8…sinceramente non è questo gran che. Molto più di un gran che è stata invece la scoperta del prezzo:1180 euro. Come al solito mi sono riempita di dubbi e domande. Ma lo sa il sindaco quanto ha speso la moglie? È etico per un comune con così tanti problemi come roma affrontare delle spese di rappresentanza così alte? È morale regalare una borsa il cui costo è uguale allo stipendio mensile del 40 per cento degli italiani? Saranno anche pezzi unici, realizzati con dei pezzi di tessuto dipinto da donne africane, ma alle autrici di quei disegni quanti soldi arrivano veramente?

venerdì 17 luglio 2009

Diritto di parola

La Federazione internazionale dei giornalisti, il più grande e antico sindacato della stampa con sede a Bruxelles, ha espulso la branca israeliana affiliata all’organizzazione, così Giulio Meotti sul Foglio apre un articolo dal titolo “L’internazionale dei giornalisti caccia Israele. Voto unanime, con italiani”. Solo qualche giorno fa, il 14 luglio, era stato programmato uno sciopero (poi revocato) da parte della stampa italiana per protestare sui bavagli dell’informazione, e poi a Bruxelles si decide di allontanare dei giornalisti da un sindacato, non dargli quindi credibilità o quantomeno visibilità. Allora mi chiedo e chiedo: chi può e chi non può decidere cosa sia giusto scrivere e cosa no? Non esiste il rischio che limitando i punti di vista si nascondano delle notizie? E non esiste il rischio che censurando le notizie si abbia sempre e solo un unico punto di vista?
Personalmente non voglio credere a complotti antisemiti o fare paragoni con la storia passata, non ne sarei all’altezza, ma da giornalista vorrei poter avere sempre accesso al più vasto numero di fonti e di informazioni, senza censura e senza bavagli.

Questione morale nr.2


Il mio Nokia continua a squillare, e in Iran continuano gli scontri tra polizia e sostenitori del leader dell'opposizione, Mir Hossein Mussavi. Oggi dopo la preghiera del venerdì sono scoppiate nuove contestazioni nel centro di Teheran. La polizia ha usato lacrimogeni per disperdere la folla, e sembra che due ragazze siano state accoltellate. Durante il sermone l’ex presidente iraniano, Akbar Hashemi Rafsanjani, avrebbe detto che “l'Iran è un paese in crisi. Abbiamo perso tutti e abbiamo bisogno di più unità . Questo sermone - ha concluso Rafsanjani - dovrà essere l'inizio del cambiamento del futuro”.

mercoledì 15 luglio 2009

Questione morale

Mi è capitato di leggere ormai da qualche giorno che dall’Iran è iniziata un’azione di boicottaggio nei confronti della Nokia. Gli utenti di internet iraniani hanno messo in rete un documento nel quale viene documentata come l’azienda svedese abbia fornito (a pagamento) al regime di Ahmadinejad un sistema di controllo elettronico per fare intercettazioni telefoniche e censurare i siti internet. Ora tutte le volte che squilla il mio cellulare Nokia mi sento complice e connivente di un regime dittatoriale. Due le soluzioni: calpestare il cellulare con disprezzo e comprarne uno nuovo; mettere in atto una sorta di sciopero rispondendo selettivamente le chiamate (no alle telefonate di lavoro, a quelle che preannunciano tragedie, ai no numero, ai debitori).

Sintomi e sindromi

Non è solo la calunnia, come canta l’aria del barbiere di siviglia, un venticello che si introduce velocemente nella testa delle genti (“La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile che insensibile sottile leggermente dolcemente incomincia a sussurrar. Pian piano, terra terra va scorrendo va ronzando: nelle orecchie della gente s’introduce destramente e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar”) anche le paure quanto a girare veloci non le batte nessuno. È bastata una telefonata ascoltata involontariamente, sentire le parole influenza suina (che sarebbe stata contratta da un parente di ritorno dall’inghilterra) per scatenare il panico.

La notizia mezza origliata e mezza ricostruita, ha fatto ancora più paura perche è stata concomitante con le dichiarazioni del vice ministro della salute, sui dati della pandemia e sul programma di vaccinazione nazionale a partire dall’autunno. Sulla email personale mi sono arrivati i metodi di contagio, di prevenzione e ovviamente i sintomi di come riconoscere l’influenza suina. Ho analizzato i sintomi e questi sono stati i risultati:

Febbre superiore ai 38° MI MANCA
Mal di testa CE L'HO
Stanchezza CE L'HO
Tosse secca MI MANCA
Faringite o mal di gola CE L'HO
Naso chiuso MI MANCA
Dolori muscolari ed articolari CE L'HO
Respiro affannoso MI MANCA
Brividi MI MANCA
Affaticamento CE L'HO
Malessere CE L'HO
Sudorazione CE L'HO
Perdita di appetito CE L'HO
Vomito MI MANCA
Diarrea MI MANCA

8 su 15; che fare?

giovedì 9 luglio 2009

Regali


La notizia non è che per fare un paio di chilometri sono, e siamo, costretti a farne il triplo (le strade della città infatti sono inspiegabilmente bloccate, ma il G8 non doveva essere all’Aquila?), o che ieri verso le 14 via nazionale sembrava una strada in una assolata e calda giornata estiva dopo un attacco nucleare (mi sono trovata ad assistere a due convogli di macchine nere ululanti che si incrociavano dai cui finestrini e portelloni del bagagliaio abbassati spuntavano le sagome di mitra o armi simili); i regali sono invece la vera notizia.

Da un paio di giorni leggo di prestigiosi regali e doni tra i potenti della terra, insomma un po’ se babbo natale facesse i regali a santa klaus e alla befana. I primi ad essere “aperti” sono stati dei giacconi blu presidenziali di una prestigiosa marca inglese, che sembrerebbe abbia vestito anche nientemeno che Lawrence d'Arabia negli anni del suo ritorno in Inghilterra, o Che Guevara ed Arthur Miller. Il cavaliere (Silvio B.) avrebbe commissionato e acquistato personalmente una di queste giacche personalizzate (mi sembra di ricordare che il modello si chiami presidential) per ciascuno dei potenti del mondo. È stata quindi la volta di aprire i regali della signora “sindachessa” di Roma, creati appositamente per le signore. Una borsa ecologica realizzata artigianalmente da donne operaie africane in Camerun (vado a memoria) ed assemblate da abili artigiani italiani; ogni borsa è un pezzo unico, e reca disegni etnici o frasi che fanno riferimento all’emancipazione femminile o alla tutela e salvaguardia dell’ambiente.

Prima di arrivare al pezzo forte (il pacco più grosso che si tiene per ultimo), merita una riflessione il caso Merkel e quello Zuma. Nel caso tedesco sarei curiosa di sapere come ha funzionato la consegna dei regali alla coppia. Angela si è beccata il giaccone maschile che ingoffa e insacchetta, mentre il signor Joachim si è beccato la borsa ecologica, oppure arrivata a casa Angela ha tenuto per se la borsa e passato al marito il giaccone? Ma anche in questo caso il cavaliere come si è regolato? Ha fatto preparare un giaccone con le misure di Joachim? Oppure ha dato lo scontrino ad Angela dicendole che avrebbe potuto cambiare le sue misure con quelle del marito? Per quanto riguarda invece Zuma, quella che è arrivata a Roma è una delle tre consorti, e immagino che una volta di ritorno a casa, nel momento del disfacimento delle valigie, le altre due inizieranno sicuramente a chiedere al povero Jacob cosa gli sia stato portato dall’Italia, e senza borse ecologiche (che hanno letto e visto su tutti i giornali), inizieranno i lamenti, i litigi e le recriminazioni “perché hai portato lei e non me? Cos’ha lei che io non ho?”. Insomma una brutta mezz’ora. Anche in questo caso mi chiedo come si sia regolata la signora sindachessa: ha preparato altri due pacchetti che di nascosto ha consegnato allo staff in modo che siano consegnate alle altre signore Zuma? Oppure ha fatto finta di nulla, facendo risparmiare al marito sull’acquisto di due borse?

L’ultimo regalo consiste infine in un libro (prezioso) d’arte sul Canova. E siccome è troppo lunga e particolareggiata la descrizione del cadeaux la copio direttamente dalle agenzie: “Un libro d'arte monumentale, realizzato con materiali preziosi (marmo statuario di Carrara per la copertina, carta fatta a mano, broccati di seta e fili d'oro per la rilegatura) messi a disposizione gratuitamente da 23 maestri artigiani italiani. L'invenzione della bellezza, l'omaggio voluto dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per i Capi di Stato che intervengono al G8 dell'Aquila. Il volume, che pesa 24 kg, e' accompagnato da due cofanetti (in legno di frassino e mogano rifiniti manualmente in foglia d'oro) contenenti un sontuoso segnalibro e una lente, nonché gli inni nazionali calligrafati e miniati”. Ventiquattro chili di libro!! Non voglio immaginare quanto gli toccherà pagare al check-in quando saranno pesate le valige.

Ma il mio dubbio principale è un altro: in genere i regali non dovrebbe farli l’ospite al padrone di casa? Insomma non funziona che se io vado a trovare qualcuno gli porto un pensierino? Una bottiglia di vino o un dolce per un invito a una cena informale, un mazzo di fiori per uno più formale, un regalo più impegnativo per particolari circostanze? Questo modello di comportamento sembra autorizzare l’ospite a scroccare oltre all’invito anche un ulteriore regalo. Aiuto! Non ci capisco più nulla. Santa Lina Sotis, Beata Cristina Parodi, date una risposta a questi miei atroci dubbi.

mercoledì 8 luglio 2009

Non lavorare uccide…



…ma anche lavorare uccide.
Con la recessione e la disoccupazione sono aumentati i suicidi, gli omicidi e gli attacchi cardiaci mentre sono diminuite le vittime degli incidenti stradali. Sono questi i più importanti risultati emersi da una
ricerca, pubblicata sul Financial Times, dell'Università di Oxford e della London School of Hygiene and Tropical Medicine che ha analizzato gli effetti della situazione economica sui tassi di mortalità in 26 paesi europei tra il 1970 e il 2007. I ricercatori volevano verificare le due teorie contrastanti circa i risvolti della recessione secondo cui la crisi fa aggravare i problemi di salute o fa cambiare in meglio alcune abitudini. Risultato? I diversi fattori più o meno si compensano, cioè ne sì ne no per entrambe le circostanze. Però sono stati fatti dei distinguo tra paese e paese: l'impatto della recessione è più forte dove la spesa sociale è bassa, come nell'Europa orientale, e inferiore dove è elevata, come in Scandinavia. Dove la spesa sociale per i lavoratori supera i 190 dollari pro capite all'anno, i suicidi non seguono l'andamento dell'occupazione. In Gran Bretagna, dove se ne spendono 150, si possono stimare tra i 25 e i 290 suicidi all'anno in conseguenza diretta della crisi finanziaria.
Comunque a un incremento del tre per cento della disoccupazione si associa un aumento del quattro per cento dei suicidi e del sei per cento degli omicidi e una flessione del quattro per cento degli incidenti stradali mortali. C'è inoltre una relazione significativa tra recessione e attacchi cardiaci negli uomini di età compresa tra 30 e 44 anni: l'incremento delle morti per infarto in questo gruppo è dello 0,86 per cento per ogni punto percentuale in più del tasso di disoccupazione.

martedì 7 luglio 2009

Teletrasporto

Da quasi un ora la mia collega sta facendo il bollettino di guerra delle strade chiuse a roma per il G8. A quanto pare la zona intono a palazzo grazioli è chiusa e presidiata (chissà che fine ha fatto il mio motorino che ho parcheggiato ignara del tutto questa mattina poco prima delle nove); anche via barberini sembra chiusa, così come via veneto e via bissolati. Ovviamente ogni chiusura viaria è accompagnata da un urletto o da un “ma no? anche..”, che alla consapevolezza di trovare la città mezza chiusa e impraticabile aggiunge stress e irritazione. Comunque mi sono messa a cercare su google maps un percorso alternativo per arrivare in piazza della repubblica. Praticamente se tutto va bene, se cioè riesco a prendere il motorino dalla zona presidiata (e proprio stamani chissà cosa mi è saltato in mente di vestirmi in nero – le scarpe però sono verdi a fiori rosa bianchi e rossi e forse mi danno un aspetto più rassicurante), potrei arrivare al circo massimo, per girare intorno al colosseo quindi via cavour, piazza dell’indipendenza e scendo finalmente in piazza delle repubblica. Praticamente un viaggio, accompagnato dall'ansia dello sciopero dei benzinai sino a venerdì.

lunedì 6 luglio 2009

Donne, libere e felici?

Mentre cercavo dei dati e delle informazioni nell’archivio cartaceo, mi sono imbattuta su un ritaglio (conservato solo perché il retro di una pagina sul futuro del bipolarismo) dal titolo Donne 2009: più libere e meno felici. Non ho avuto il tempo, ne la voglia di leggere tutto l’articolo perché sembrava abbastanza noioso, in meno di 2 colonne erano citati i nomi di almeno una quindicina di economisti e sociologi, nonché riferimenti ad articoli e tesi quali happiness economics, the paradox of declining female happiness, bowling alone e anche un middletown, a study in modern american culture. (La parte più interessante è un mappamondo tutto colorato, che mostra come le donne più felici vivano in canada, paesi scandinavi, nuova zelanda, austria, irlanda e alcune isole tra la thailandia e l’australia; le più infelici in tutta la russia e paesi ex-urss, in cina e i molti paesi dell’africa. In europa le donne non sono né felici né infelici, essendo colorati i vari stati in blu e viola (i valori centrali della scala della felicità). Comunque a proposito di libertà e felicità, mi viene da pensare alla mia nonna, che comunque seppur donna nata nel 1916 in un piccolo paese del nord, ha sempre lavorato. Dapprima nell’attività dei genitori, un forno, quindi aprendo una sua attività commerciale. Lavorava poi anche in casa nel senso che come tutte le donne, senza troppi grilli per la testa, puliva e preparava da mangiare (quest’ultima attività peraltro senza particolare trasporto, e i geni non mentono); inoltre lavora nell’orto, vangava, zappava, seminava, e coltivava verdure, per un periodo ha avuto anche delle bestie (polli e conigli) cui doveva provvedere – cibo e pulizie –. Infine cuciva e lavorava a maglia, cuciva vestiti per me, mia sorella, per se e per mia mamma, e lo stesso dicasi per la maglia. Non so se fosse indipendente, nel senso di libera – come nel titolo dell’articolo; sicuramente in molti atteggiamenti era molto vincolata dalla mentalità del “non si deve fare, e poi la gente cosa dice”, cosi non credo sia mai andata a prendere un aperitivo con i suoi amici, o fosse mai andata a fare shopping, però sono sicura che non gli sia neppure mancato, cioè non ne avesse proprio l’esigenza, anche perché a volte prendeva la corriera e andava a carrara o a spezia all’upim o al mercato. E ogni tanto andava in gita. Non so neppure se fosse felice; non le ho mai chiesto se era felice, se la vita che aveva avuto rispondesse ai suoi sogni di ragazzina. Però al contrario di quello che sono le donne indipendenti di oggi, io inclusa, era molto stabile, aveva un equilibrio molto forte, granitico, non era sempre di corsa, sempre in affanno. Quindi forse tutta questa libertà, questa indipendenza, quest’emancipazione sono solo i diversi nomi dell’insoddisfazione.

venerdì 3 luglio 2009

Tutti nudi … alla meta

Con terrore leggo la notizia riportata sul Corriere di oggi: “Tutti nudi al lavoro per un giorno”. In due parole un’azienda inglese ha scelto di far lavorare per un giorno i suoi dipendenti nudi come vermi, sembra per favorire la complicità tra colleghi. Spero che nessuna azienda italiana voglia ripetere l’esperienza, perché per un attimo mi sono vista la proiezione di colleghi ed ex colleghi che si aggirano nudi in giro per gli uffici, e ho sentito tutte le possibili battute (maschili) e i commenti acidi (femminili) della giornata nude look.

L’esperienza, traumatica per il povero dipendente sempre più vessato (oltre ad essere sfruttato, sottopagato, gli manca solo l’affondo finale), potrebbe avere un risvolto sociale di una certa qual importanza se a presentarsi nudi fossero i datori di lavoro. Come nella favola del re nudo forse, ma solo forse, il cosiddetto capo, proprietà, direttore, boss, uber alles, perderebbe un po’ della sua arroganza; sarebbe meno iracondo nella gestione del lavoro e “dei suoi sudditi”, e forse meno sordo e attento a legittime richieste, a opinioni contrastanti. Ma come ci hanno sempre insegnato i sogni sono solo desideri racchiusi in fondo al cuore, e mi è parso di capire che questa eventualità non sia minimamente contemplata. Pazienza. Meglio rimanere tutti ben coperti, almeno fino a quando per altri motivi non finiremo tutti in mutande.

mercoledì 1 luglio 2009

Che paura!

Non smetterò mai di stupirmi di quanto il mondo del lavoro possa rivelare sorprese inaspettate e inaspettabili.
Una delle redattrici esterne è in cinta, ad ottobre dovrebbe diventare mamma. E il direttore informato del lieto evento, ha già contattato un sostituto. Che efficienza, che velocità.

La futura mamma però informata scherzosamente per email della sua sostituzione sine die, ha mostrato qualche preoccupazione e così con un'altra email chiede scherzosamente spiegazioni alla direzione: si tratta solo di maternità, non è una malattia incurabile allo stato terminale; l’assenza sarà molto limitata in quanto la gran parte del lavoro, come è sempre stato, necessita solo di un pc e una connessione internet; è sufficiente solo un breve periodo per organizzare il tempo e la gestione del nuovo arrivo.

La direzione sempre scherzosamente risponde che non esistono problemi. E tra una risatina in solitudine e una smorfia di allegro cinismo mette a parte tutta la redazione del divertente scambio epistolare: “ Eh, eh, Cocopro For Ever ha proprio paura che Cocopro A Vita gli soffi il lavoro”.

Ah Ah Ha Ah. Che ridere, che redazione spiritosa, si potrebbe editare anche un settimanale di satira.