lunedì 31 dicembre 2007

Buoni propositi


L'anno che sta arrivando tra un anno passerà ed io mi sto preparando:è questa la novità.


Tra poche ore il 2007 finirà, lasciandosi alle spalle tutto quello che è stato e tanti ricordi nella nostra memoria. Facendo un rapido consuntivo, posso affermare che il mio 2007 è stato mediocre, niente di particolare, ma tutto sommato i momenti pesanti sono passati in fretta; e poi che dire, nel 2007 ho aperto il mio blog (e visto che non l’ho mai fatto, volevo ringraziare la persona che mi ha convinto, e non è stata una cosa semplice, a cimentarmi in una nuova impresa).
Queste poche righe, sono le 17,40, sono ancora reclusa in ufficio e non vedo l’ora di scappare, per ricordarmi di preparare una lista di buoni propositi per il nuovo anno, che renderò pubblica, nei prossimo giorni, e che mi impegnerò a rispettare in toto, pena il pubblico ludibrio.
Per questa sera, quasi quasi mi sto pentendo di non aver acquistato ieri per la modica somma di 1 euro un paio di mutande rosse, sai che figurone con un paio di slip color “rosso lussuria a buon mercato”, però voglio dire le mutande rosse le indosseranno tutti, se uno proprio si vuole distinguere deve fare qualcosa di diverso.

domenica 30 dicembre 2007

È domenica mattina si è svegliato già il mercato...


Questa mattina finalmente ho rimesso piede a Porta Portese.

Inutile dire quanto mi piaccia andare in giro per mercatini rionali, mercatini stagionali, mercatini di natale, mercatini della frutta, ma a Roma ho due punti fermi: Porta Portese la domenica mattina e Piazza Vittorio una qualsiasi mattina. Porta Portese è il non luogo per eccellenza di tutti gli “stranieri” o di coloro che si “sentono stranieri” in questa città, perché se Porta Portese, tanti anni fa era il mercato dei romani, oggi è diventato il punto di riferimento di tutti quelli che vengono da fuori. E’ un modo come un altro per perdersi tra le facce di sconosciuti, odori mangerecci, oggetti, merci e voci, tante voci. Perché sembra paradossale, qui, non è importante quello che è venduto, che si può trovare più o meno ovunque, ma come viene offerto e proposto.
Perché a Porta Portese può capitare di sfrucugliare su una bancarella di oggetti e accessori finto etnici (lapislazzuli afgani, collane africane) e alzare gli occhi sul venditore rasta, che con parlata romanesca al cellulare lamenta i 5 chili acquistati durante le feste e chiede per il pranzo di oggi un semplice riso in bianco.
Oppure è possibile trovare diversi venditori di cibi calabresi, tutti molto piccanti, e specialità siciliane, tutte a base di mandorle e pistacchi, e un indiano che dà spiegazioni sulla preparazione casalinga del pesto con i pistacchi o del sugo con la ‘nduja.
Oggi poi che è un giorno di quasi festa, al mercato c’erano molti turisti, che si riconoscono immediatamente da un tipo di abbigliamento ostentato, così come ostentate sono una finta sicurezza nelle direzioni da seguire e una vera paura che qualcuno gli sfili il portafoglio o la borsetta; i venditori, per l’occasione, che hanno l’occhio esercitato e hanno fiutato le prede, hanno fatto prezzi, come dire, speciali. E un po’ è giusto perché i turisti dalle parti di Porta Portese sono visti come degli invasori, dei neofiti che vogliono entrare per forza in un mondo fatto di rituali, costruiti domenica dopo domenica. Così mentre gli viene affibbiata una tremenda fregatura a 150 euro, una coppia di sedie che si reggono in piedi per miracolo, si sente qualcuno nelle retrovie che commenta sarcastico.
L’aspetto più importante per apprezzare Porta Portese è di essere persone libere, completamente libere, e non essere spaventate dalla solitudine; camminare senza una meta precisa, ma soprattutto girovagare soli, secondo i propri ritmi e i propri gusti. La solitudine, infatti, permette di oltrepassare velocemente gli ingorghi umani (che vuoi per l’esiguo spazio, vuoi per il gran numero di persone, si vengono a creare) e guadagnare i piccoli pertugi disponibili nella prima fila delle bancarelle più invitanti.

Camminare tra le bancarelle di Porta Portese è un’esperienza che vale un viaggio, un viaggio catartico. (foto da 06blog.it)

lunedì 24 dicembre 2007

Mali estremi, estremi rimedi

In questi giorni di freddo inconsueto, ho fatto come i salmoni, almeno credo siano i salmoni, che risalgono le correnti per arrivare dove sono nati, dal centro mi sono spostata al nord. Va da se, che al nord faccia più freddo (almeno in linea di massima, senza prendere in considerazione le tempeste ormonali del clima impazzito), si aggiunga poi una lunga permanenza in zone climaticamente più miti, e una crescente intolleranza al freddo, in questi giorni non so proprio come potermi scaldare. Ho provato con doppio calzino di lana, e più starti di maglioni, che rendono i miei movimenti più goffi e ridicoli del solito, ma niente!, c’è qualche parte del mio corpo, ginocchia, naso, schiena, che sente i brividi, ha bisogno di più caldo. Eppure quando ero bimba sono cresciuta qui, la casa forse all’epoca era anche meno riscaldata; ricordo di essermi lavata la mattina presto prima di andare a scuola con l’acqua che usciva a cubetti dal rubinetto, e sono sopravissuta a inverni ben peggiori.
Così mentre sfornavo i miei ricordi con la stessa abbondanza, di come in questi giorni si sfornano biscotti e dolci natalizi, ho avuto un’illuminazione, ripristinare un'abitudine della nonna: la borsa d'acqua calda. Che secondo me, è una della invenzioni più utili per combattere il freddo.
La consuetudine era di mettere a bollire l'acqua per preparare la borsa mentre mia mamma lavava i piatti, dopo di che veniva messa sotto le coperte per scaldare il letto prima di andarci a dormire. Oltre a questa funzione primaria, era considerata anche una panacea per qualsiasi accenno di malattia, dal mal di pancia al mal di testa: borsa e camomilla o te.
Frugando nei mobili di casa non ho trovato nessun reperto; che poi la borsa d’acqua calda dentro a un mobile chiuso anche se non si vede, si intuisce della sua presenza per la puzza di gomma che emana. Mi sono decisa così a uscire pensando che avrei trovato nel primo supermercato quello che avrebbe fatto al caso mio, una nuova borsa di gomma puzzolente color rosso vulcanizzato, ma né nel primo supermercato, né nel secondo, né In tutto a un euro ho trovato alcunché. Come è possibile? Non capisco? Sono diventati tutti calorosi? Hanno scoperto che il materiale è tossico se non addirtura mortale?

Poi come sempre la rivelazione è venuta da un ritaglio di giornale che avevo usato per proteggere delle fotografie. Sembra che un pezzo grosso, un ex primo ministro, qualche sera fa, dopo una abbuffata oltremisura sia tornato a casa, con lo stomaco imbarazzato, e ha chiesto alla moglie di mettergli su una borsa d’acqua calda. Ma vuoi, un po’ la fretta, vuoi, un po’ la guarnizione che non era più nuova, mentre si stava coricando, dalla borsa è uscita dell’acqua bollente sul malato. E così il giorno, dopo con un decreto interministeriale, si è fatto divieto a tutti i rivenditori di eliminare dai loro magazzini questi oggetti di estrema pericolosità.
Non so, quale sia la verità, non so se sia per la solita legge causa – effetto, però mi è sembrato molto “italietta”che sui giornali fosse riportata questa notizia con tanta enfasi, e altrettanto inspiegabile mi è sembrata la scomparsa in toto della borsa d’acqua calda.

venerdì 21 dicembre 2007

Evviva le feste


Il 21 dicembre è un giorno molto importante nel calendario gregoriano, infatti oggi sono stati consegnati i regali natalizi aziendali.
Eh sì, perché la direzione, da oggi pomeriggio sino alla befana, si è concessa il suo meritato risposo; la direzione in sé e per se infatti è catalogabile tra le categorie di lavori usuranti, e quindi ha bisogno di un lungo periodo di riposo; mentre i dipendenti possono tranquillamente rimanere al lavoro.
Comunque, per questioni di logistica, quest’anno si sono risparmiati il discorso “quanto siamo bravi …vi vogliamo bene …poi ne riparliamo a gennaio”, e un triste omino in tuta azzurra con carrello ha aperto le porte di ciascun ufficio, ha pronunciato il nome dei presente, ha spuntato il nome dalla lista e gli ha lanciato uno scatolone con su scritto buone feste; ha chiuso la porta sbuffando ed è sparito lungo il corridoio.
Nessuno ha avuto il coraggio di aprire la scatola, con la speranza che uscita dall’ufficio si trasformasse in un principe azzurro o in una fata turchina.
Subito, i dipendenti più sospettosi, quelli che dovevano essere assunti ai servizi segreti, ma non si capisce perché sono finiti qui, hanno subito notato che le scatole hanno diversi nomi, Medusa, Orfeo, Atlante; chissà quale sarà la loro scottante verità. Pandoro e panettone, ma quale potrebbe essere la terza opzione?
Nel corso della mattinata, ci sono state anche, per sottolineare lo spirito del natale, alcune episodi di guerriglia urbana tra dipendenti che si sono presi per i capelli, o si sono piantati le unghie in faccia per l’accaparramento e la cannibalizzazione di alcuni pacchi collettivi, spediti da clienti esterni, una vera e propria guerra all’ultimo torroncino. Io non mi ero accorta di niente, ma durante la pausa pranzo ho visto capelli un po’ arruffati e volti grigio antracite, e ho subito pensato che questo stato di disperazione fosse stato causato dalla presa visione della busta paga, invece le esperte di comunicazione mi hanno fatto subito il resoconto accurato dell’accaduto. E ho scoperto che l’ufficio logistica non si parla con l’ufficio protocollo, che il corridoio A è in guerra con il corridoio C, e gli informatici per protesta non metteranno più piede in sala mensa.

Finalmente è natale e in fondo, molto in fondo, ci sentiamo tutti più buoni, non in ufficio però.

mercoledì 19 dicembre 2007

Son tutte belle le mamme del mondo




Ogni volta che comunico a mia mamma che andrò qualche giorno da lei, entra in uno stato confusionale contraddistinto da episodi di frenesia e agitazione.
Non potrei mai farle un’improvvisata, ha bisogno di punti fermi, di solide certezze.
E così già dalla fine di novembre, ogni volta che ci siamo sentite telefonicamente, a volte anche tramite chat per interposta persona, ha iniziato a chiedermi quando, nel periodo delle feste natalizie, sarei andata a casa:
- Il 25 novembre mi chiese se il 24 dicembre avessi intenzione di prendere vacanza o fossi rimasta al lavoro.
- Qualche giorno la domanda che aspettava risposta era per quanti giorni mi sarei fermata.
- Un breve periodo durante il quale, è stata siglata una sorta di tregua armata, con nessuna domanda specifica, nessun riferimento all’argomento.
- L’8 dicembre, forse per l’associazione che festa chiama feste, è tornata alla carica, con la scusa di coordinare la mia salita con la discesa di mia sorella, e il quesito era: treno o macchina?
- A metà dicembre, con una tattica diversiva, dato che deve preparare il letto e la stanza per la settimana di Natale, ha provato a capire per quanti giorni avrei dormito da lei.

Nelle ultime telefonate, rassegnata e corrosa dall’incertezza se fosse stato il 22 o il 23 il giorno della mia venuta, è iniziata la seconda Intifada: “ Cosa ti preparo da mangiare quando arrivi?”
Devo dire, che la domanda cosa ti preparo da mangiare? ha segnato la mia infanzia, e la mia adolescenza. Credo che nel periodo della scuola obbligatoria, ogni mattinata, con la pancia sazia da una prima colazione nordica, mi veniva chiesto, nel momento esatto in cui stavo per mettere il piede fuori dalla porta, “Cosa vuoi oggi per pranzo?”.
Ma tornando al presente, la domanda “cosa ti preparo da mangiare quando arrivi?” perde la sua innocenza, quando, dopo solo due giorni, la richiesta si trasforma in una più articolata “Perché non prepari un menù per tutti i giorni che sarai qui?”. Ho risposto che l’avrei fatto.
Ma a distanza di oltre 36 ore, mi sento estremamente colpevole per non aver neppure pensato, e scritto, a un misero riso in bianco.

La mia reticenza nel dare risposte nasce, come in tutte le scelte della mia vita, da una profonda insicurezza nel prendere decisioni, alimentata altresì da un’instabilità esistenziale, nel senso più ampio del termine, instabilità costellata da sensi di colpa.
Vivo in un eterno stato di precariato personale e sociale, in una “incertezza dei bersagli” nel quale ho imparato a destreggiarmi, navigando a vista, giorno dopo giorno.

Profonda spaccatura generazionale.

martedì 18 dicembre 2007

Mai più senza.




Questa mattina nella mazzetta dei giornali che 'mi dovevo rassegnare' mi è capitato un cataloghino che in un primo momento non ha attirato la mia attenzione, anzi l’impatto con lo stampato non è stato per nulla positivo, piuttosto è prevalso l'istinto di buttarlo nel mucchio di tutti gli inserti inutili destinati al cestino dell'immondizia.
Durante la pausa tè, invece è scattata come un'attrazione inspiegabile, un'energia, che oserei definire cosmica, si è emanata dal cataloghino, che mi è rimasto incollato alle mani e agli occhi, pagine e pagine, inchiostro e inchiostro, parole e parole, immagini e immagini di splendide idee…. Mai più senza!!!!
Ebbene sì, sono venuta in possesso, la proprietà dell’oggetto è divenuta indiscutibile e esclusiva, di un prezioso esemplare di un catalogo Mai più senza (chi non ha letto Cuore non potrà mai capire. Ma soprattutto non potrà mai sapere cosa si è perso).
In un silenzio contemplativo, come i ragazzini quando sfogliano, o almeno sfogliavano, i giornali porno di nascosto a scuola, ho aspettato pausa pranzo e mi sono messa al buio del mio ufficio vuoto a contemplare le idee, si proprio le idee, proposte.
E a mio insindacabile giudizio ho scelto le migliori.
Primo posto: una fontanella che piscia cocktail; nome di listino: Fontana luminosa per bevande cocktails; Descrizione: Fate delle vostre feste dei momenti veramente indimenticabili! Questa divertente ed elegante fontana può erogare qualsiasi tipo di cocktail o bibita fresca, spumante, vino bianco o rosso ecc. La grande coppa di raccolta può essere impreziosita con frutta o ghiaccio; tramite la torre trasparente il liquido sale sino alla coppetta superiore, dalla quale ricadrà verso il basso tramite i 4 fori di prelievo creando un magico effetto luminoso. Ogni brindisi sarà un vero spettacolo; basterà posizionare i bicchieri sotto i beccucci per riempirli in pochi secondi, con un effetto sensazionale garantito!Con 2 luci LED a basso consumo. Dimensioni coppa grande 30 cm di larghezza per 8 cm di altezza. Altezza totale 42 cm. Alimentazione 220V, 50 Hz, potenza assorbita 8,5 Watts.
Mi sembra superflua ogni descrizione o considerazione personale.
Al secondo posto, ma con molto distacco: dei bicchieri radioattivi; nome di listino: bicchierini luminosi: un brindisi di luce! Descrizione: per rallegrare la tavola natalizia o per servire in maniera originale i vostri drink (magari quelli che escono direttamente dalla fontana piscia cocktail) I 4 bicchierini, in colori vivaci, contengono sul fondo un sensore che al contatto con qualsiasi liquido, come per magia, aziona un LED rosso lampeggiante. Un effetto davvero sorprendente, esaltato dalla penombra. Lavare a mano. Funzionano con 3 batterie LR41. Altezza bicchierini 6 cm.
Per finire con degli eleganti abitini natalizi per sedie; nome di listino: copri sedie natalizio (che banalità!). Descrizione: crea lo spirito del Natale coprendo gli schienali delle sedie con questi cappucci rossi e bianchi di Babbo Natale. Adatti a qualsiasi sedia grazie alle loro generose dimensioni, decoreranno l’ambiente con i simpatici pompon bianchi, tipici del personaggio che porta i regali! In morbido feltro sintetico.

Ps: consigli di come liberarsi di un regalo Mai più senza (leggere qui sotto).
1) Se avete parenti o amici in Gran Bretagna, siete a buon punto. Gli inglesi che sono un popolo pragmatico, hanno istituito da sempre una festa per il riciclo del regalo Mai più senza (vorrei ricordare che culturalmente i regali Mai più senza inglesi sono ben diversi da quelli italiani, e quindi potrebbe andare doppiamente bene). Quello che per noi è Santo Stefano, cioè il 26 dicembre, per i sudditi di sua maestà è il boxing day, cioè il giorno in cui si rimpacchettano e si ridistribuiscono i regali poco graditi.
2) Se non avete parenti oltremanica sono indispensabili amiche intelligenti. Qualche anno fa, ricevetti per Natale un paio di ciabatte di materiale altamente infiammabile color rosa salmone scaduto, un vero gadget allontana uomini; fortuna volle che quel anno a Sara venne un'idea degna non dico di un premio nobel, ma di una citazione nel giorno della consegna, quella decisamente sì. Organizzò una festa, tra l'ultimo dell'anno e la Befana, dove tutti gli invitati erano legittimati a rimpacchettare il regalo più brutto che avessero ricevuto, per fare di tutti questi una riffa tra gli invitati. Chissà chi ha avuto la fortuna di indossare quelle splendide ciabatte.

lunedì 17 dicembre 2007

Ele pensiero 2



Ormai quello che, nonostante tutto, ci ostiniamo a chiamare ancora il Belpaese sembra sull’orlo di una crisi di nervi.

Un paese allo sbaraglio, e come in una nave che sta per affondare, ognuno cerca di attaccarsi a quello che trova.
La soluzione è chiamare un super eroe; e dopo giustizieri, diversamente mascherati, arriva nientemeno che Mister Prezzi. A lui le sorti di questa povera patria.

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

venerdì 14 dicembre 2007

Scioperi


Che settimana, è stata così lunga che mi è sembrata durare un mese.
Ieri ufficialmente è finito lo sciopero degli autotrasportatori che ha tenuto banco sui giornali e sulle bocche di tutti. Insieme allo sciopero, speriamo finisca anche quest’ondata di arteriosclerosi improvvisa. Martedì sera dovevo passare al supermercato a prendere alcune cose, e appena messo il secondo piede dentro al favoloso mondo delle luci al neon e della musichina “compra-compra”, ho capito che la situazione era veramente grave. Lo scaffale della pasta era quasi vuoto, erano rimasti si e non 2 o 3 pacchetti mezzi ciancicati con degli spaghetti triturati dentro; lo stesso poteva dirsi nel reparto scatolame, pomodori, tonno, carne, fagioli, ceci: l’horror vacui.
Avrei abbandonato volentieri il campo, ma era una necessità improrogabile, e così ho deciso di continuare la mia discesa agli inferi (a proposito, quanto va di moda quest’anno La Divina Commedia, si può abbinare un po’ con tutto, dà quel tocco di cultura e non impegna) passando tra gli scaffali ridotti come dopo un attacco alieno, tra scene di disperazione e risse all’ultima rosetta “C’ero prima io, c’ero prima io; mi ero allontanata un attimo”
E’ finito lo sciopero dicevo, e si scopre che all’improvviso sono aumentati tutti i prezzi, per una legge di causa - effetto. Dal broccolo al cappone non c’è scampo tutto è più caro.
E’ finito uno sciopero e ne inizia un altro.
Oggi avrebbe dovuto esserci uno sciopero dei trasporti pubblici, solo dei mezzi di superficie, che secondo voci incontrollate avrebbe potuto iniziare addirittura ieri sera. Ho provato a chiedere e indagare sulla veridicità dell’informazione, ma ho trovato solo risposte fumose e aleatorie. Sciopero sì, sciopero no. Non si sa.
Non vorrei che fosse una mossa strategica, grazie alla solita legge di causa effetto, per aumentare il costo del biglietto.

giovedì 13 dicembre 2007

Ele pensiero





L’Ele pensiero segna l’inizio di una serie di pillole di saggezza, utili a sopravvivere con dignità e senza travasi di bile.
Ecco il primo.
Non fidarsi mai di chi dice “Sei sicuramente più bravo di me a fare questo” (qualsiasi cosa sia questo).
E’ un modo elegante, ossia subdolo, per farti fare un lavoro molto molto rognoso, ma soprattutto che non ti compete.

lunedì 10 dicembre 2007

**Spam**

Sono sufficienti 48 ore, per riempire la casella di posta di lavoro di spam (che ovviamente non sono riconosciuti come posta indesiderata, ma si vanno a depositare tra la posta in arrivo).
Oggi i messaggi spam erano ben 164, forse il record degli ultimi mesi, da, quando mi hanno installato Mozilla..
Però questa mattina, prima di eliminarli con la solita velocità e quel fare un po’ stizzito di chi non vuole perdere tempo con questo tipo di scocciature ho voluto dare una letta per sapere cosa sarei andata a cancellare.
Dei 164 messaggi: qualche proposta per diventare ricchissimo, qualche vendita di orologi replica di modelli molto costosi, e oltre 100 messaggi che hanno come argomento la sessualità maschile, nel suo unico aspetto (a quanto pare).
I messaggi sono tutt’altro che velati, e iniziano con un “Intensifica le sue sensazioni durante l’amplesso” ma che carini si preoccupano del piacere delle donne. Leggendo però il seguito, ci si rende conto che col cavolo!, pensano alle donne anzi come al solito sono considerate le solite pettegole: infatti, mentre in pubblico, affermano che è importante l’esperienza e poco importante la dimensione, quando poi sono in privato parlano solo di misure.
La dritta finale per lui è: in verità più il pene è grosso più scatena piacere. Della seria uomo avvisato…E allora uomo combatti, non datti da fare o lavora, combatti per il tuo successo sessuale!
Ora non so quanti uomini abbiano letto questi messaggi, peraltro tutti in inglese, e di questi quanti abbiano voluto sperimentare il consiglio (questa potevo evitarla), c’è da dire che comunque qualcosa aumenta, se non altro la conoscenza della lingua straniera.
Un altro spam, dello stesso genere, è strutturato secondo un divertente giochino linguistico. Risale forse al periodo delle elementari, si usavano le varie lettere del proprio nome per descrivere le proprie qualità, o meglio le qualità che si avrebbero volute avere; io ad esempio avevo scomposto Elena in: Elegante Luminosa Enigmatica Naturale Affascinante.
Le lettere usate in questo caso sono invece quelle di Big Penis, credo non sia necessaria alcuna traduzione, che viene così sviluppato: se vuoi regalare delle buone vacanze al tuo lassie (ho detto che si impara l’inglese, questo neologismo mi era ancora sconosciuto) aumenta le tue dimensioni!! La cosa che ti proponiamo aumenta le tue dimensioni, e le notti del nuovo anno saranno bollenti e piene di piacevoli incontri di sesso.
Lo stesso tipo di giochino linguistico, con più o meno la stessa storia è affrontato anche con le lettere di Mega Dick.
E visto il periodo “Perché non comprarsi un regalo speciale a prezzi speciali in vista delle prossime vacanze?” A questo proposito si consiglia di inserire negli acquisti natalizi un portentoso farmaco chiamato, con un nome evocativo, che lascia poco spazio all’immaginazione, Erba del Re. Nella pubblicità c’è anche la classica foto del prima e del dopo, riferita alla parte interessata, e una didascalia che ricorda quanto sia breve la vita e allora…perché non fare come 300.000 uomini al mondo?
Ma che cos’hanno fatto? Non si capisce? Boh forse impacchi di erba miracolosa. Si passa poi al sempre verde Viagra (sempre verde nel senso che è sempre di moda) che viene proposto con il 74% di sconto, in una mail che ha come oggetto: Buy viaaaaaaaagrrrrrraaaaaaa and start your new happier life in year 2008.
E va avanti esortando l’altra metà cielo a diventare più uomini con il Viagra!
Altro spam, altro Viagra; qui lo sconto è solo del 50%, eh no non ci siamo con il prezzo!
Però si scopre che è di qualità migliore rispetto al precedente, funziona dopo solo 15 minuti dall’assunzione, ma soprattutto la vita sessuale di chi ne fa uso sarà scintillante di colori luminosi(??? mistero).
E poi in mezzo a tutti questi spam ne trovo uno che era sfuggito a un primo sguardo d’insieme; anche questo spam fa promesse, ma al contrario degli altri, promette di ottenere maggiori entrate e un futuro più florido.
Vi chiedete come sia possibile tutto questo? Semplicemente iscrivendosi a una prestigiosa università, forse americana, dove è possibile laurearsi in tempi brevi, massimi risultati, minimo sforzo. Visto l’argomento e il contesto dei precedenti spam, il commento va da se.

venerdì 7 dicembre 2007

Sette dicembre duemilasette


Non è una novità, e che non sia una novità è ancora più grave.
Questa mattina è morto il secondo operaio rimasto coinvolto in un incendio in un’acciaieria di Torino.
Un'altra persona è morta mentre stava lavorando, questa è la notizia, e trovo meschino vedere stampate ovunque le solite informazioni personali di circostanza: età, stato civile, numero di figli a carico. Come se avere 38 o 48 anni avesse un diverso peso per la persona morta.
Viviamo in un paese dove il lavoro è un’idea aleatoria, un concetto nebuloso.
Lavorare è diventa un privilegio non un diritto.
Pur di riuscire ad avere uno stipendio minimo, con il quale provare a vivere, si è disposti a fare di tutto, annichilendo la figura umana, e trasformandola in una risorsa; perché ci hanno sempre detto che comanda chi ha il coltello dalla parte del manico. E la voce grossa possono farla solo i figli; i figliastri, è più saggio che facciano buon viso a cattivo gioco.
Poco tempo fa sono stata chiamata in causa per la stesura di un codice etico aziendale, per chi fosse un po’ più addentro ai lavori si tratta del Ex D.Lgs 231/01, e sono sicura che in vita mia non ho mai scritto tante bugie tutte insieme. Il paragrafo 1.6 che riporto per intero, riassume forse le più gravi:
ai collaboratori, la cui integrità fisica e morale è considerata valore primario per l’azienda, vengono garantite condizioni di lavoro rispettose della dignità individuale, in ambienti di lavoro sicuri e salubri (D.Lgs. 626/94 e s.m.i.), mediante il monitoraggio, la gestione e la prevenzione dei rischi connessi allo svolgimento dell’attività professionale.

A distanza di giorni, tutte le volte che lo rileggo, mi si stringe il cuore.

giovedì 6 dicembre 2007

Vedo, prevedo, stravedo


E’ iniziato il count down, quanto è figo scriverlo all’inglese, perché in italiano conto alla rovescia fa tanto nonna che armeggia con la calza, due dritti, una maglia accavallata, e un rovescio.
Ormai i fogli del calendario sono finiti, pochi giorni ci separano al 2008, che ho scoperto avere un giorno in più, e per il misero, nel senso di colui che patisce la miseria, uomo comune è iniziata la ricerca all’oroscopo 2008.
Visto e considerato quello che ha riservato l’anno che ormai sta per finire, meglio gettare uno sguardo al futuro, per provare a capire dove si andrà a parare. E poi, come ci hanno insegnato, prevenire è sempre meglio che curare.
Ho pensato così di fare una ricerca di tutto l’oroscopo presente su internet, e fare una media ponderale delle informazioni raccolte, segno per segno.
Non che sia un’esperta di astrologia, non che ci creda particolarmente, però quando l’oroscopo propone belle notizie mi fa star bene, e poi in tutto ciò che è poco impegnativo e poco faticoso ho alle spalle diversi master e scuole di specializzazioni.

Ariete – Un anno felice, tutto in discesa, durante il quale si porteranno a termine i lavori intrapresi nel 2007.

Toro – I pianeti ti sorridono, prova a sorridere anche tu.

Gemelli – E’ finita l’ ostilità di Giove e Plutone; si riconquista fiducia in se stessi.

Cancro – Saturno ti rende più saggio, e ti fa capire che dovrai fare qualche piccolo sacrificio.

Leone – Anno fantastico, non servirà chiamare altra fortuna.

Vergine - Vivrai magici eventi sia sentimentali sia professionali, che ti porteranno nelle tasche anche tanti soldi.

Bilancia – Il 2007 è stato un anno fantastico, tanto da lasciarti la protezione anche per il 2008 che sarà un po’ faticoso.

Scorpione – Per tutto il 2008 solo belle notizie, un anno baciato dalla fortuna.

Sagittario – Non sarà un anno facile, però l’ottimismo che ti è proprio ti verrà sempre in aiuto.

Capricorno – Un anno pieno di ottimismo, ricco di eventi positivi.

Acquario – Un anno da vivere sempre con gli occhi ben aperti.

Pesci – La fortuna proteggerà le scelte dei pesci per tutto l’anno.

mercoledì 5 dicembre 2007

Biglietto o abbonamento? Ovvero è importate dare la risposta giusta, sempre.


Ieri sera mentre stavo aspettando la metropolitana, mi hanno sottoposto un questionario per sondare il livello di percezione che l’utente medio ha del servizio.
Ovviamente il sondaggio era strutturato in modo da non mettere mai in luce o evidenziare i disservizi e i malfunzionamenti del trasporto sotterraneo, le domande erano tutte molto aleatorie, quasi da conversazione tra sconosciuti, tipo: Dove sei salito? Dove scendi? Quante volte usi la metropolitana? Biglietto o abbonamento? Cosa prepari questa sera per cena?
Non mi hanno chiesto perché, secondo me, per percorrere lo spazio di 2 fermate ci si impiega lo stesso tempo di una missione su marte, o perché la velocità è pari a quella di una processione sulle ginocchia. Non chiedono quanto è funzionale il trasporto stesso, ma se la frequenza radiofonica trasmessa nelle stazioni sia, secondo l’utente medio, quella rispondente alle sue esigenze.
E soprattutto non hanno fatto neppure una misera domanda sui congegni che emettono i biglietti.
Lì sarei stata preparatissima. Perché fare un biglietto in metropolitana è cosa per pochi; i giapponesi passano delle mezze giornate davanti alla macchinetta (l’altra mezza giornata a fare la fila davanti ai negozi di alta moda); i turisti, in generale, spiano incuriositi gli indigeni o presunti tali che sembrano dimostrare un po’ di sicurezza davanti ai totem bigliettiferi, per ripetere movenze e combinazioni.
Sicuramente le telecamere di sorveglianza sono collegate con i monitor di antropologi e scienziati evoluzionisti, che studiano come l’italiano medio affronta le piccole difficoltà quotidiane, senza supporto alcuno (il famoso aiutino); si dice che, per contratto, i ‘custodi’ della metropolitana non devono mai alzare il sedere dalle loro sedie, neanche per soccorrere la povera vecchina che non vede in quale buco inserire la moneta.
In un anno solare, ho visto e sperimentato 4 diversi modelli di distributori di biglietti, il primo, il più antico, resisteva sulla piazza da anni e anni, bisognava selezionare la tipologia e il numero di biglietti toccando una membrana più o meno gommosa, si introducevano le monete in una fessura simile a quella di un salvadanaio, o le banconote in una fessura più lunga e sottile, e in caso di introduzione di un importo maggiore rispetto al valore dei biglietti le macchine erano in grado di erogare il resto insieme ai biglietti stessi; l’operazione era accompagnata da diversi tipi di suoni che scandivano il ritmo delle operazioni: bip, glonc, zzztt.
Il secondo tipo di macchina emetti-biglietti, era un modello touch screen, toccando il video si selezionava il tipo e la quantità di biglietti, un secco e meccanico bip accompagnava i gesti e le scelte del fattore umano, mentre i soldi introdotti in fessure, simili a quelle del modello precedente, emettevano un suono sordo, la discesa del vil denaro nel cuore del meccanismo; da che la macchina si accendeva come un flipper, uscivano i biglietti caldi, appena stampati.
Il 3 modello ha avuto breve durata sul mercato, era un monolite inquietante, nessuna possibilità di scelta, l’importo introdotto emetteva in automatico i biglietti, per un massimo di 4, e senza resto. Una macchina senza cuore.
L’ultimo tipo l’ho sperimentato, giusto, la scorsa settimana, una nuova macchina, grigia e rossa, forse in onore alle festività incombenti. La peculiarità di questa macchina è il sistema di introduzione delle monete, una guida in verticale, che sfida qualsiasi legge di gravità, consente di introdurre le monete 1 a 1, però con estrema lentezza, con tanta pazienza, simile a un esercizio di meditazione buddista, indispensabile per non destabilizzare la suscettibilità e l’equilibrio della macchina. E con fare schifato, per ben 3 volte consecutive, ha risputato i soldi nella tasca di emissione dei biglietti, lasciandomi tra lo stoccafisso e l’indispettito.
Ma tornando alla domanda proposta dall’intervistatore: biglietto o abbonamento?, ha sicuramente una valenza più profonda di quel che si vuol far credere; la scelta 'biglietto' scheda l’utente medio in una qualche particolare lista, un interessante caso da laboratorio da tenere sotto osservazione.

Se non avrete mie notizie nelle prossime 24 ore, è perché sono stata rapita dai servizi segreti della metropolitana.

lunedì 3 dicembre 2007

Evoluzione della specie




Lo so, è un argomento pesante, soprattutto da affrontare prima di cena o in fase digestiva.

Questa mattina ho letto sul Corriere che arriverà a giorni, dall’Australia con furore, il gabinetto per i gatti.
Le lettiere, con i conseguenti olezzi puzzolenti, potranno essere sostituite da appositi cesseti per i gatti, nome originale Litter Kwitter.
In realtà si tratta semplicemente di dischi di diversi colori, ma i gatti non vedono in bianco e nero?, da sistemare sulla tazza, per consentire al gatto di fare comodamente seduto le sue cose e non cadere insieme ai propri prodotti di evacuazione nello sciacquone.
C’è da dire che i dischi colorati non sviluppano nel felino un più elevato senso civico, occorre per rendere efficace il metodo, applicare un periodo di educazione, e pazienza, di circa 8 settimane. L’invenzione risulta essere assolutamente innocua; infatti l’inventrice, prima di procedere nel brevetto ha consultato psicologi, specialisti nel comportamento animale, per avere la certezza di non danneggiare, con l’invenzione, la psiche felina. A quanto pare, i gatti hanno un super-io di acciaio, e non risultano minimamente turbati dalla novità.

Ho pensato, che se le settimane nesessarie per l'educazione dei gatti sono 8, potrebbero esserne sufficienti 6 per educare gli uomini.
Sarebbe fantastico entrare in bagno, dopo un uomo, e non trovare la tazza artisticamente schizzata o gocciolante pipì.
Mi preoccuperò personalmente di consultare i migliori psicologi e anche uno stilista per individuare i colori che meglio si addicono allo scopo.

venerdì 30 novembre 2007

Regali di natale, A B o C?



…ma ha girato e conosce la gente e mi dice: stai attento che resti fuori dal gioco se non hai niente da offrire al mercato…


Ieri mattina ho avuto un incontro ravvicinato con il direttore, e come spesso accade i miei incontri con la direzione in realtà sono scontri e incomprensioni. Le premesse erano buone, mi stavo comportando bene, avevo i capelli in ordine e ben pettinati, sorridevo con garbo in segno di approvazione, annuivo silenziosa e compita, e indossavo anche abiti femminili. Un piacevole spettacolino, da consumata attrice ero impegnata nella parte del dipendente del mese. Ma come in tutti gli spettacoli a braccio l'andamento del copione è spesso imponderabile.
Dopo aver stabilito e trovato diversi punti di contatto e aderenze, stavo uscendo per mettermi al lavoro, quando a trabocchetto sono stata interpellata sui regali di natale per i dipendenti.
Penso che un po' tutte le aziende abbiano una suddivisione nella tipologia dei regali, comunque nella azienda dove lavoro i regali sono suddivisi per tipologia: tipo A-B-C-D, dove A è il regalo top, mentre D, come si può evincere anche dalla lettera, il regalo per il dipendente.
Nel regalo A lo scorso anno c'era una bottiglia di Morellino di Scansano, un pezzo di parmigiano, un panettone artigianale, altre leccornie e poi un riproduttore di musica mp3 (quello di marca, molto di tendenza e molto costoso), via via, il contenuto andava scemando e nel pacco di tipologia D c'era un pandoro o panettone, a scelta, semplicemente imbustato e fabbricato in Cina (che fosse made in China si capiva fin troppo bene dal vago sapore di fritto e di salsa di soia), una bottiglia di metanolo travestito da vino bianco con le bollicine, una scatola di fichi secchi e 3, dico 3 non perchè voglio essere cinica ma perché corrispondeva al numero esatto, barrette quelle con più latte e meno cacao.
Da bianco natale a natale in bianco.
La consegna del pacco è stata accompagnata da grande cerimonia con tanto di gran ciambellano e saltimbanchi, un sobrio discorso di circostanza sottolineato da uno spontaneo applauso finale, e qualche occhio lucido di commozione "quanto siamo bravi", "quanto siamo generosi", "Grazie! Grazie!", "troppo buoni!"
Finita la pagliacciata, un po' intimoriti, senza dare nell'occhio, qualcuno osò aprire il pacco; il dubbio era: aprire o aspettare il giorno di natale per godersi la sorpresa?
Alla fine, in tutti prevalse la curiosità, subito seguita però dal disgusto, da quel vago senso di averlo preso… male, molto male.
Soprattutto quando una quindicina di eletti sfoggiarono, senza vergogna, davanti ai paria, salmone norvegese, caviale, e gli altri prodotti del pacco A.
Ma torniamo alla domanda trabocchetto di ieri: "cosa pensa se anche quest'anno proponiamo agli schiavi, ops ai dipendenti, il pacco dello scorso anno?"
In un primo tempo avevo capito che c'era l'intenzione di riesumare dal magazzino gli eventuali pacchi avanzati dallo scorso anno, e ho pensato a una strategia di rapida e drastica riduzione del personale. Riordinate le idee, ho rivissuto lo spettacolo degli occhi tristi dei miei colleghi (miei compresi), la delusione dei più giovani, l'abituale frustrazione dei più anziani davanti al pacco dono. Ho riassaporato tutte le amarezze di quel giorno di quasi festa, e soprattutto ho ricordato lo sguardo d'odio del mio portiere, quando gli ho riciclato il pacco, e l'azione di sabotaggio che mise in pratica nei miei confronti per tutto il mese di gennaio.
E timidamente ho fatto una controproposta, perché non raccogliere i soldi, non tanti soldi per la verità, destinati "al budget regali serie D" e fare una donazione a qualche onlus?
In fondo quel panettone e quella bottiglia di vino non fanno la differenza, mentre magari l’importo può servire a qualcosa di importante e nobile (niente fiori, solo opere di bene).
Il sorriso da babbo natale, clemente e pietoso, forzatamente tenuto sulla faccia del direttore si è trasformato a quelle parole in un ghigno da vampiro pronto a succhiare il sangue alla sua vittima (animo umano così falso e meschino!).
“Qui si sbaglia; i dipendenti si aspettano il regalo. Il panettone e la bottiglia di vino fanno la differenza per il dipendente che guadagna 1000 euro al mese”. E da lì, è partito lo sproloquio di un’analisi di economia domestica, il conto della serva in stile Economist, la lezione del buon padre di famiglia su come tirare la cinghia (peccato che il rapporto stipendi messi a confronto sia 9 a 1).
Non mi è sembrato il caso di proseguire nelle mie ragioni, e ho tagliato la corda grazie anche a un’importante telefonata che mi era arrivata in quel momento.
Però credo, anzi, scusate la presunzione, so cosa si aspetta il dipendente da 1000 euro al mese, e allo stesso modo so che un panettone e una bottiglia di vino di terza categoria, distribuiti con lo stesso entusiasmo di quando viene diagnosticato un hepers nella zona genitale, non fanno la differenza.

Catene di S.Antonio



Una volta si chiamavano Catene di Sant Antonio ed erano una tantum. Oggi i nomi sono vari, da generico MESSAGIO, a un più internazionale Have a blessed day, sino al classico No Subject; e ogni giorno sono almeno due o tre.
Il primo che ho aperto questa mattina mi ha messo di buon umore, se ne gustava la veracità artigianale. Ho pensato di condividere il pesce pisellone (quello riportato nella foto) con tutti quelli 'che je rode quarcosa'.


Hai appena ricevuto il pesce pisellone. Questo ti portera' gioia e fortuna scacciando via disagi, fastidi, seccature, noie e grane ( anche fiscali ). Se lo mandi a 5 altri amici tutto andra' bene. Sembra che il pesce pisellone scacci i rompiballe, rompi maroni , esauriti, cocorite, emorroidi, emicranie, gastriti e quant'oltre ve rode !!

mercoledì 28 novembre 2007

Tricologia



Uno dei tanti misteri che avvolgono l’esistenza dei mortali è: perché gli uomini si tingono i capelli? Mentre i primi capelli bianchi (e sicuramente i secondi e i terzi) nelle donne invecchiano, fanno subito vecchia zia, e quindi si corre ai ripari; l’uomo brizzolato è affascinante, comunica sicurezza, esperienze vissute.
I capelli grigi sulle tempie hanno effetto erotizzante, il brizzolato “fa sangue”.
Sia ben inteso, non è il capello brizzolato in se a suscitare fantasie erotiche, mi spiego, il brizzolato di Pacciani era tanto appassionante quanto una colonia di processionarie.
Oltre al capello deve esistere un contorno almeno almeno interessante.
Però nei casi limite, e anche nei casi disperati, un uomo con i capelli grigi non disturba, rimane al suo, decoroso e dignitoso, posto di essere umano.
Invece gli uomini che si tingono i capelli, hanno tutti la stessa tinta, la stessa nuance, la stessa sfumatura. I capelli tinti degli uomini sono tutti del color “Pippo Baudo”, non saprei altrimenti come definire, il marrone pantegana, che si portano in testa.
Dopo la beffa ulteriore danno, il colore è accompagnato anche da una morbida cotonatura che fa tanto ballerina attempata di seconda fila (non ne ho la certezza, ma per me, c’è anche una spruzzatina di lacca che fissa il tutto).
Perché ridursi così? Pensata alla famiglia, e se è proprio la famiglia che vi ha portato a tanto, pensate a chi vi sta intorno.

martedì 27 novembre 2007

Shopping

Sabato pomeriggio, ero per le vie del centro con un amico, passeggiando e chiacchierando, senza una meta precisa, poi, tra un passo e un altro, ho notato più traffico pedonale del solito e tante buste eleganti e colorate, molte più abbondanti di un solito sabato pomeriggio, portate a spasso per la città.
Come ho fatto a non pensarci prima, è iniziato la corsa allo shopping natalizio.
Mi chiedo da quando si è iniziato a parlare di shopping, qual è stato l’evento scatenante che ha introdotto questa nuova parola, e di conseguenza anche l’idea?
Non ricordo che mia madre mi abbia detto: “Oggi sai che si fa? Si va fare shopping!”, anche con le mie amiche al massimo sono andata “a fare compere”.
E fare le compere era relegato a spazi temporali ben precisi, con cadenze più o meno stagionali: l’autunno per l’acquisto del necessario per affrontare l’inverno, e in primavera, quando si era più o meno legittimati a mettere nel “sacco per i ciechi” (chissà che cosa mai avranno fatto i ciechi con i vestiti smessi) le cose non più utilizzabili che potevano essere sostituite da nuove.
Altre buone occasioni per andare in giro per negozi era una settimana, al massimo due, prima delle feste, e per i compleanni.
Poi d’un tratto, l’acquisto di beni più o meno voluttuari è divenuto una vera e propria attività, una maratona, un impegno, una corsa a chi arriva prima, uno status, un lavoro. E ha cambiato nome, diventando shopping.
Questa trasformazione ha definitivamente segnato la netta separazione tra il passato, da quello che gli italiani erano stati prima, un popolo contadino e provinciale, e il futuro, un popolo che resta solo provinciale.
Non esistono più i riti legati all’acquisto di un prodotto, la necessità è stata soppiantata dall’avere, dal possedere, negozi e supermercati si sono trasformati in centri di sostegno psicologico, luminosi e accoglienti prozac che allontanano per un pomeriggio, una giornata, gli altri malesseri che ci portiamo dentro.
Ogni giorno, ogni ora libera sono un giorno e un’ora sprecati se non sono dedicati allo shopping, che è diventato il segno distintivo tra chi ha e dunque è, e chi non ha e non potrà mai essere.
Ma in fondo come diceva qualcuno: “meglio piangere in una mercedes, che essere triste a piedi”.

lunedì 26 novembre 2007

Tecniche di attracco

Ieri sera, mentre stavo aspettando l’autobus, completamente presa nei miei pensieri, sento una voce alle mie spalle. Voce maschile, non mi sembra di conoscerla, mi giro, vedo le labbra che continuano a muoversi, ma non ne ho percepito i suoni che sono emessi. Mi sembra educato chiedere cosa abbia detto, errore fatale!!!
“Sei qui da tanto?”. Questo è l’audio della domanda che non avevo recepito.
Sicuramente il mio sguardo da serial killer, gli ha suggerito la riformulazione in un:“Scusi, è da molto che aspetta il 46?”.
In questi casi la risposta non è importante, quello che importa è il tono, anzi il grugnito di guerra che fa riecheggiare un abominevole “NO”.
Era da po’ che non mi capitava di essere attraccata in questo modo, e pensavo fosse ormai una tecnica desueta, finita insieme agli ultimi film di Alvaro Vitali, Bombolo e Giovannona Coscia Lunga. Ma, se invece questa metodologia sussiste al passare degli anni, e delle mode, significa che ha una certa percentuale di successo; significa che qualcuno ha trovato la sua anima gemella, affinità elettive.
Per un po’ di tempo, mi sono sentita una calamita per casi umani, mi capitava di imbattermi in personaggi alquanto disturbati, che senza alcun motivo si sentivano in dovere di dare sfogo a tutto il loro repertorio di frustrazioni, logorrea, performance sentimentali.
Una volta, mentre stavo lavorando, una persona, che conoscevo perchè frequentava abitualmente il luogo di lavoro, più vicina ai sessanta che ai cinquanta, si avvicinò e mi disse che gli avevo ispirato una poesia. Dopo qualche giorno, mi venne a chiedere se avesse potuto leggermi la poesia, da me ispirata e a me dedicata, (altro errore fatale) gli risposi affermativamente. Passati altri giorni, si presentò con tanto di quaderno verde scuro, e sedutosi davanti a me, iniziò la lettura del componimento, che tralasciando l’argomento, che era ispirato alla mitologia del mio nome, e l’aspetto stilistico, era lunga oltre 30 pagine. Non so cosa si aspettasse da parte mia. Da quella volta cercai sempre di evitare anche solo lo sguardo.
Però l’episodio forse più eclatante, perché avevo coinvolto una specie di task force, per aiutarmi a identificare e smascherare l’autore, è di un paio di anni fa. Mettendo in moto la macchina per tornare a casa dal lavoro, una sera, trovai tutti i vetri e gli specchietti esterni scritti. “Ti amo” “Mi hai fatto male” “Io e te per sempre” “Ti voglio bene” “Non lasciarmi”. A distanza di tempo mi viene da ridere, ma quella sera, ne fui terrorizzata.
I giorni seguenti, sguinzagliaia tutti gli amici, che avevano preparato trappole, escogitato eventuali piani d’azione e soprattutto di fuga (non ho amici che fanno lotta greco-romana). Lo scrittore incompreso colpì altre due volte. Poi decise di cambiare macchina.
(I fatti sono un po’ diversi e più complessi. Fu fatta una denuncia. Però voglio ancora credere nella buona fede delle persone).

Techiniche di attracco

Ieri sera, mentre stavo aspettando l’autobus, completamente presa nei miei pensieri, sento una voce alle mie spalle. Voce maschile, non mi sembra di conoscerla, mi giro, vedo le labbra che continuano a muoversi, ma non ne ho percepito i suoni che sono emessi. Mi sembra educato chiedere cosa abbia detto, errore fatale!!!
“Sei qui da tanto?”. Questo è l’audio della domanda che non avevo recepito.
Sicuramente il mio sguardo da serial killer, gli ha suggerito la riformulazione in un:“Scusi, è da molto che aspetta il 46?”.
In questi casi la risposta non è importante, quello che importa è il tono, anzi il grugnito di guerra che fa riecheggiare un abominevole “NO”.
Era da po’ che non mi capitava di essere attraccata in questo modo, e pensavo fosse ormai una tecnica desueta, finita insieme agli ultimi film di Alvaro Vitali, Bombolo e Giovannona Coscia Lunga. Ma, se invece questa metodologia sussiste al passare degli anni, e delle mode, significa che ha una certa percentuale di successo; significa che qualcuno ha trovato la sua anima gemella, affinità elettive.
Per un po’ di tempo, mi sono sentita una calamita per casi umani, mi capitava di imbattermi in personaggi alquanto disturbati, che senza alcun motivo si sentivano in dovere di dare sfogo a tutto il loro repertorio di frustrazioni, logorrea, performance sentimentali.
Una volta, mentre stavo lavorando, una persona, che conoscevo perchè frequentava abitualmente il luogo di lavoro, più vicina ai sessanta che ai cinquanta, si avvicinò e mi disse che gli avevo ispirato una poesia. Dopo qualche giorno, mi venne a chiedere se avesse potuto leggermi la poesia, da me ispirata e a me dedicata, (altro errore fatale) gli risposi affermativamente. Passati altri giorni, si presentò con tanto di quaderno verde scuro, e sedutosi davanti a me, iniziò la lettura del componimento, che tralasciando l’argomento, che era ispirato alla mitologia del mio nome, e l’aspetto stilistico, era lunga oltre 30 pagine. Non so cosa si aspettasse da parte mia. Da quella volta cercai sempre di evitare anche solo lo sguardo.
Però l’episodio forse più eclatante, perché avevo coinvolto una specie di task force, per aiutarmi a identificare e smascherare l’autore, è di un paio di anni fa. Mettendo in moto la macchina per tornare a casa dal lavoro, una sera, trovai tutti i vetri e gli specchietti esterni scritti. “Ti amo” “Mi hai fatto male” “Io e te per sempre” “Ti voglio bene” “Non lasciarmi”. A distanza di tempo mi viene da ridere, ma quella sera, ne fui terrorizzata.
I giorni seguenti, sguinzagliaia tutti gli amici, che avevano preparato trappole, escogitato eventuali piani d’azione e soprattutto di fuga (non ho amici che fanno lotta greco-romana). Lo scrittore incompreso colpì altre due volte. Poi decise di cambiare macchina.
(I fatti sono un po’ diversi e più complessi. Fu fatta una denuncia. Però voglio ancora credere nella buona fede delle persone).

Tecniche di attracco

Ieri sera, mentre stavo aspettando l’autobus, completamente presa nei miei pensieri, sento una voce alle mie spalle. Voce maschile, non mi sembra di conoscerla, mi giro, vedo le labbra che continuano a muoversi, ma non ne ho percepito i suoni che sono emessi. Mi sembra educato chiedere cosa abbia detto, errore fatale!!!
“Sei qui da tanto?”. Questo è l’audio della domanda che non avevo recepito.
Sicuramente il mio sguardo da serial killer, gli ha suggerito la riformulazione in un:“Scusi, è da molto che aspetta il 46?”.
In questi casi la risposta non è importante, quello che importa è il tono, anzi il grugnito di guerra che fa riecheggiare un abominevole “NO”.
Era da po’ che non mi capitava di essere attraccata in questo modo, e pensavo fosse ormai una tecnica desueta, finita insieme agli ultimi film di Alvaro Vitali, Bombolo e Giovannona Coscia Lunga. Ma, se invece questa metodologia sussiste al passare degli anni, e delle mode, significa che ha una certa percentuale di successo; significa che qualcuno ha trovato la sua anima gemella, affinità elettive.
Per un po’ di tempo, mi sono sentita una calamita per casi umani, mi capitava di imbattermi in personaggi alquanto disturbati, che senza alcun motivo si sentivano in dovere di dare sfogo a tutto il loro repertorio di frustrazioni, logorrea, performance sentimentali.
Una volta, mentre stavo lavorando, una persona, che conoscevo perchè frequentava abitualmente il luogo di lavoro, più vicina ai sessanta che ai cinquanta, si avvicinò e mi disse che gli avevo ispirato una poesia. Dopo qualche giorno, mi venne a chiedere se avesse potuto leggermi la poesia, da me ispirata e a me dedicata, (altro errore fatale) gli risposi affermativamente. Passati altri giorni, si presentò con tanto di quaderno verde scuro, e sedutosi davanti a me, iniziò la lettura del componimento, che tralasciando l’argomento, che era ispirato alla mitologia del mio nome, e l’aspetto stilistico, era lunga oltre 30 pagine. Non so cosa si aspettasse da parte mia. Da quella volta cercai sempre di evitare anche solo lo sguardo.
Però l’episodio forse più eclatante, perché avevo coinvolto una specie di task force, per aiutarmi a identificare e smascherare l’autore, è di un paio di anni fa. Mettendo in moto la macchina per tornare a casa dal lavoro, una sera, trovai tutti i vetri e gli specchietti esterni scritti. “Ti amo” “Mi hai fatto male” “Io e te per sempre” “Ti voglio bene” “Non lasciarmi”. A distanza di tempo mi viene da ridere, ma quella sera, ne fui terrorizzata.
I giorni seguenti, sguinzagliaia tutti gli amici, che avevano preparato trappole, escogitato eventuali piani d’azione e soprattutto di fuga (non ho amici che fanno lotta greco-romana). Lo scrittore incompreso colpì altre due volte. Poi decise di cambiare macchina.
(I fatti sono un po’ diversi e più complessi. Fu fatta una denuncia. Però voglio ancora credere nella buona fede delle persone).

E' domenica mattina si è svegliato già il mercato...


Questa mattina finalmente ho rimesso piede a Porta Portese.
Inutile dire quanto mi piaccia andare in giro per mercatini rionali, mercatini stagionali, mercatini di natale, mercatini della frutta, ma a Roma ho due punti fermi: Porta Portese la domenica mattina e Piazza Vittorio una qualsiasi mattina. Porta Portese è il non luogo per eccellenza di tutti gli “stranieri” o di coloro che si “sentono stranieri” in questa città, perché se Porta Portese, tanti anni fa era il mercato dei romani, oggi è diventato il punto di riferimento di tutti quelli che vengono da fuori. E’ un modo come un altro per perdersi tra le facce di sconosciuti, odori mangerecci, oggetti, merci e voci, tante voci. Perché sembra paradossale, qui, non è importante quello che è venduto, che si può trovare più o meno ovunque, ma come viene offerto e proposto.
Perché a Porta Portese può capitare di sfrucugliare su una bancarella di oggetti e accessori finto etnici (lapislazzuli afgani, collane africane) e alzare gli occhi sul venditore rasta, che con parlata romanesca al cellulare lamenta i 5 chili acquistati durante le feste e chiede per il pranzo di oggi un semplice riso in bianco.
Oppure è possibile trovare diversi venditori di cibi calabresi, tutti molto piccanti, e specialità siciliane, tutte a base di mandorle e pistacchi, e un indiano che dà spiegazioni sulla preparazione casalinga del pesto con i pistacchi o del sugo con la ‘nduja.
Oggi che poi è un giorno di quasi festa, al mercato c’erano molti turisti, che si riconoscono immediatamente da un tipo di abbigliamento ostentato, così come ostentate sono una finta sicurezza nelle direzioni da seguire e una vera paura che qualcuno gli sfili il portafoglio o la borsetta; i venditori, per l’occasione, che hanno l’occhio esercitato e hanno fiutato le prede, hanno fatto prezzi, come dire, speciali. E un po’ è giusto perché i turisti dalle parti di Porta Portese sono visti come degli invasori, dei neofiti che vogliono entrare per forza in un mondo fatto di rituali, costruiti domenica dopo domenica. Così mentre gli viene affibbiata una tremenda fregatura a 150 euro, una coppia di sedie che si reggono in piedi per miracolo, si sente qualcuno nelle retrovie che commenta sarcastico.
L’aspetto più importante per apprezzare Porta Portese è di essere persone libere, completamente libere, e non essere spaventate dalla solitudine; camminare senza una meta precisa, ma soprattutto girovagare soli, secondo i propri ritmi e i propri gusti. La solitudine, infatti, permette di oltrepassare velocemente gli ingorghi umani (che vuoi per l’esiguo spazio, vuoi per il gran numero di persone, si vengono a creare) e guadagnare i piccoli pertugi disponibili nella prima fila delle bancarelle più invitanti.
Camminare tra le bancarelle di Porta Portese è un’esperienza che vale un viaggio, un viaggio catartico.
(foto di Porta Portese da 06blog.it)

È domenica mattina



Questa mattina finalmente ho rimesso piede a Porta Portese.
Inutile dire quanto mi piaccia andare in giro per mercatini rionali, mercatini stagionali, mercatini di natale, mercatini della frutta, ma a Roma ho due punti fermi: Porta Portese la domenica mattina e Piazza Vittorio una qualsiasi mattina. Porta Portese è il non luogo per eccellenza di tutti gli “stranieri” o di coloro che si “sentono stranieri” in questa città, perché se Porta Portese, tanti anni fa era il mercato dei romani, oggi è diventato il punto di riferimento di tutti quelli che vengono da fuori. E’ un modo come un altro per perdersi tra le facce di sconosciuti, odori mangerecci, oggetti, merci e voci, tante voci. Perché sembra paradossale, qui, non è importante quello che è venduto, che si può trovare più o meno ovunque, ma come viene offerto e proposto.
Perché a Porta Portese può capitare di sfrucugliare su una bancarella di oggetti e accessori finto etnici (lapislazzuli afgani, collane africane) e alzare gli occhi sul venditore rasta, che con parlata romanesca al cellulare lamenta i 5 chili acquistati durante le feste e chiede per il pranzo di oggi un semplice riso in bianco.
Oppure è possibile trovare diversi venditori di cibi calabresi, tutti molto piccanti, e specialità siciliane, tutte a base di mandorle e pistacchi, e un indiano che dà spiegazioni sulla preparazione casalinga del pesto con i pistacchi o del sugo con la ‘nduja.
Oggi che poi è un giorno di quasi festa, al mercato c’erano molti turisti, che si riconoscono immediatamente da un tipo di abbigliamento ostentato, così come ostentate sono una finta sicurezza nelle direzioni da seguire e una vera paura che qualcuno gli sfili il portafoglio o la borsetta; i venditori, per l’occasione, che hanno l’occhio esercitato e hanno fiutato le prede, hanno fatto prezzi, come dire, speciali. E un po’ è giusto perché i turisti dalle parti di Porta Portese sono visti come degli invasori, dei neofiti che vogliono entrare per forza in un mondo fatto di rituali, costruiti domenica dopo domenica. Così mentre gli viene affibbiata una tremenda fregatura a 150 euro, una coppia di sedie che si reggono in piedi per miracolo, si sente qualcuno nelle retrovie che commenta sarcastico.
L’aspetto più importante per apprezzare Porta Portese è di essere persone libere, completamente libere, e non essere spaventate dalla solitudine; camminare senza una meta precisa, ma soprattutto girovagare soli, secondo i propri ritmi e i propri gusti. La solitudine, infatti, permette di oltrepassare velocemente gli ingorghi umani (che vuoi per l’esiguo spazio, vuoi per il gran numero di persone, si vengono a creare) e guadagnare i piccoli pertugi disponibili nella prima fila delle bancarelle più invitanti.

Camminare tra le bancarelle di Porta Portese è un’esperienza che vale un viaggio, un viaggio catartico.
(foto di Porta Portese da 06blog.it)

Da magnifico a what else?

E’ un altro lunedì mattina, che fatica: svegliarsi, alzarsi, iniziare la settimana, prepararsi ad affrontare tutte le imprevedibili novità che riserverà il destino.
A proposito di novità, mi sembra di avvertire nell’aria un senso di sbandamento, mancano i punti di riferimento, sono venute meno le poche certezze che rassicurano la vita di ciascuno di noi.
Ho sempre più la sensazione che si viva in una condizione di eterna balia degli eventi, non si sa più a cosa e a chi prestare attenzione, altresì detto a quale santo votarsi.
Di certo la politica non aiuta: abbiamo visto politici, da prima, spalleggiarsi, seguire il motto reso famoso da Dumas uno per tutti, tutti per uno, ovviamente senza sé e senza ma; e poi ci si sveglia una mattina e tutti, giornali, telegiornali, giornalai, tirano fuori dal cilindro una nuova ideologia: quella della spallata.
La reazione di spaesamento è stata molto forte: Che cosa è? Dove si andrà? Sarà dolorosa? E’ il caso di andare al più vicino centro di traumatologia per avere spiegazioni su possibili effetti?
Il sentore di terror vacui si fa tanto più intenso quando, in attesa di capire quello che preparerà il futuro, distrattamente con la coda dell’occhio e la minestra in bocca, seduti di sghimbescio alla televisione, vediamo George Clooney, con tanto di sguardo “io si che la so lunga” che prepara il caffè a una tipa.
Ma come, non l’avevamo lasciato che in suo onore veniva evirato un toro di ghiaccio?
A questo punto la confusione è completa.
What else?

venerdì 23 novembre 2007

La maledizione del dialogo colpisce ancora




Ho preso in prestito il titolo di questo post da un articolo nella prima pagina del Riformista di oggi.

La mia passione per i dialoghi risale all’infanzia, quando mi trovavo costretta a leggere libri che non avevo scelto, ma mi erano stati imposti, e trovavo nel dialogo una boccata d’ossigeno, la parte più interessante, graficamente meno soffocante, e dinamica del libro.
Dialogare in fondo è parlare, comunicare, confrontarsi.
Nel dialogo esistono regole non scritte che i dialoganti stabiliscono da subito, dai primi sguardi, dalle prime battute si ha l’esatta percezione di dove si andrà a parare: se il dialogo sarà di pari livello, tra persone che hanno voglia di dare e ricevere; se il dialogo avrà una valenza prevaricatrice, tipico degli individui che amano ascoltare le proprie parole e la propria voce, o delle persone arroganti che non lasciano spazio; se il dialogo sarà una conversazione muta (immagino che riportato su un foglio di carta il dialogo muto sarebbe un ottimo incentivo alla lettura: pagine e pagine bianche). Però se è vero che del dialogo muto non si può scrivere, sul dialogo muto si può discutere.
Il dialogo muto è la più subdola e frequente forma di comunicazione, proprio così di comunicazione, adoperata in molti posti di lavoro.
La classe più colpita è quella dell’impiegato generico, di qualsiasi settore e dipartimento, cioè quel tipo di lavoratore che usa il computer e la posta elettronica nell’espletamento delle sue quotidiane attività e incombenze. Il sesso e l’età non sono rilevanti, in quanto sono colpiti indiscriminatamente
con la stessa incidenza donne, uomini, giovani e non più giovani.
I primi segnali che indicano l’affezione da dialogo muto sono sensoriali: nella stanza si odono solo sospiri, qualche sussurro, lallazioni o suoni gutturali, ticchettii frenetici e nervosi, matite battute ritmicamente sulla scrivania, e nel contempo scompare l’uso delle parole, del dialogo. Visivamente pervade un colore grigiastro, stampato sulle facce delle persone, con tanto di emiparesi e tic nell’area della bocca.
Il dialogo muto prevede la completa inibizione di una libera circolazione delle informazioni, di uno scambio.
La risorsa umana si riduce a dare e ricevere informazioni via email, e non per un qualche editto direttoriale, interdirettoriale, reale, ma semplicemente per un atteggiamento di paratio culis.
“con questa mail ti informo dell’andamento…” “volevo metterti a conoscenza di quanto deciso…” “si rende noto che...” “si avvisano tutti i dipendenti…” “ i lavori da fare entro la settimana sono…”.
Ma che cavolo, si sta a un metro l’uno dall’altro, ci si sottrae l’aria di piccole stanze degne di allevamenti di polli in batteria, si passa più di 1/3 della giornata come in fragili barchette esposte ai flutti dell’oceano, si condividono odori da quello del panino a quelli fisiologici molto meno piacevoli, si conoscono tutte i problemi di diarrea del bambino, di stitichezza personali e le corna messe al partner, ma nessuno usa più le corde vocali per parlare di quello che si sta facendo di quello che si deve fare sul posto di lavoro. Non una parola, come se comunicare a voce fosse una cosa sconveniente.
Meglio affidarsi alle mail, con tutte le sue infinite possibilità, dal cc al ccn.
Silenzio parla intranet.

mercoledì 21 novembre 2007

Tempi che passano


Tutto è iniziato con una notizia tra lo scandalistico e lo studio sociale di giovani ragazzine italiane che vendevano prestazioni sessuali per saldare i debiti di gioco di alcuni amici. Colpa dell'accesso, privo di controllo, ai giochi d'azzardo, colpa di un substrato culturale-famigliare disagiato, colpa della televisione e dei modelli proposti.
La notizia è stata approfondita, il giorno seguente, da un importante quotidiano, con i toni dello scaldaletto di provincia, dello spiato dietro la serratura, della rivelazione del 2007. E si scopre che, secondo un’indagine dell’associazione pediatri italiani, le ragazzine di 12 anni passano il sabato pomeriggio in discoteca. All'insaputa dei genitori!!!
Escono di casa vestite da educande e si trasformando in regine della trasgressione. Nei loro zainetti nascondono magliette trasparenti, minigonne con sottocoda in bella mostra, pronte a saltare sui cubi e trasformarsi in lap dancers.
Da queste postazioni di controllo e dominio, lanciano sguardi maliardi ai ragazzi, ma solo i più fortunati (o forse solo appetibili) potranno consumare il premio: un flirt veloce, sui divanetti della discoteca.
Come passano i tempi, ma questa volta non mi sembra che sia tanto cambiato l’italico costume degli adolescenti.
Intorno ai 13-14 anni, anni luce fa, qualche volta di nascosto, frequentavo una discoteca, la domenica pomeriggio (il sabato pomeriggio, allora, era solo un riferimento alla poetica leopardiana) dal nome conturbante: Alhambra.
La frequentazione e i frequentanti avevano trasformato il nome in un più popolare e confidenziale La Lambra.
La nuova etimologia nasceva dall'abitudine colloquiale di mettere l'articolo davanti a qualsiasi nome e dall'ignoranza del riferimento al palazzo moresco.
La Lambra era luogo di perdizione morale, il suo nome evocava vicende inenarrabili capitate ad amici di amici, quelle da raccontare a bassa voce; La Lambra era un covo di delinquenza, per chi lo frequentava non ci sarebbe stata una via di ritorno, ma solo una discesa negli inferi del vizio, della lussuria, della disperazione.
La fama del locale, da tempo, aveva oltrepassato i confini addirittura provinciali se non regionali.
Ovviamente i genitori non sapevano, non dovevano sapere, o forse sapevano e controllavano da lontano.
Ricordo ancora di una zia di mia mamma, oggi quasi centenaria, che una volta con il suo fare burbero e severo, tipico delle persone che avevano a che fare con la terra e con le bestie, puntò i suoi occhi nei mie e mi chiese “Tu non vai alla Lambra, vero? Sono tutte puttane le ragazze che vanno là”. Credo che il mio diventare rossa fosse stato interpretato più come un imbarazzo nel sentire la parola puttana, piuttosto che come una silenziosa ammissione di colpa, per aver messo piede in questa lupanara.
Comunque posso dire che La Lambra era solo un luogo nella fantasia degli adulti, di quelli che non ci hanno mai messo piede, dei cacciatori alle streghe e degli inquisitori.
Nei miei anni di frequentazioni (anch’io uscivo di casa acqua e sapone e poi mettevo rossetto, mascara e terra indiana - che oscenità io così diafana assumevo un colorito giallo ocra - e indossavo jeans tutti strappati sul sedere, ovviamente usando il bagno della discoteca come spogliatoio) ho visto solo qualche scontro fisico tra i soliti gruppi di diverse etnie (montanari vs marinelli), la solita rissa con gli amici che si trattengono l’un l’altro per evitare di farsi male: una specie di spettacolo con movenze che richiamavano un rito arcaico propiziatorio; ho visto qualche persona ubriaca vomitare quando andava bene nei bagni, altrimenti più o meno dove capitava; ho visto nuvole di fumo di sigarette reso più acre da quello di qualche canna; ho visto pomiciate più o meno spinte sui divanetti; ho visto le ragazze più spregiudicate al rimorchio dei tipi più fighi e ovviamente più grandi (voglio dire chi si sarebbe mai “messa” con un coetaneo brufoloso e tonno), esibiti come tronfeo di caccia alla fine del pomeriggio; ho visto corpi più o meno vestiti, ma in discoteca fa un caldo tropicale, ballare, muoversi con fare da pantera, in incontri ravvicinati che simulavano amplessi; ho visto i tardoni bavosi venire a caccia di carne fresca e tornare a casa con la coda tra le gambe…
E sono passata, incredibilmente, indenne attraverso tutti questi pericoli.
La storia della Lambra credo sia terminata più di una decina di anni fa, lo spazio destinato a luogo di divertimento, ha subito diverse trasformazioni; oggi se non ricordo male, ma non ne ho la certezza, dovrebbe essere, nientemeno che, una sala bingo. La triste fine di un mito.

mercoledì 14 novembre 2007

Mantenere le postazioni


Piove. I giornali avevano annunciati allarmati una brusca caduta delle temperature, che subito sono state definite siberiane (questa mania di definire tutto, di ridurre in schemi). E così questa mattina, il potere dell’informazione, molti hanno tirato fuori dai cassetti i maglioni con fiocchi di neve ricamati, i doposci stile abominevole uomo delle nevi, sciarpone che all’evenienza si trasformano nella coperta di nonna Abelarda.
Piove. Ma il freddo tanto annunciato e tanto temuto, alla fine non è arrivato. Stamani sono salita sulla navetta aziendale tutta sudata: avevo accelerato il passo per recuperare il ritardo, ma la stratificazione di vestiti, veramente eccessiva, mi faceva percepire il caldo di un mezzogiorno d’agosto.
Piove. In ufficio vige una strana atmosfera, le persone che di solito urlano e si incazzano, sono silenziose e pensierose; quelle che di solito sono remissive e operative, stanno digrignando i denti. Si respira l’aria che precede i grandi mutamenti.
Piove. Vorrei tanto starmene sotto le coperte a dormire, all’asciutto, potermi togliere le scarpe che si sono riempite d’acqua, e avere un te caldo con tanti biscotti. Ma bisogna “mantenere la postazione, fintanto che non sarete rimossi”.
Piove. Penso alle colline che circondano la casa dove sono nata e al loro colore quando sono bagnate, diventano di diverse sfumature di verde, dal verde bottiglia al verde petrolio, hanno colori che ti riempiono gli occhi e lo spirito, sembra quasi di respirarlo tutto quel verde.
Piove.

mercoledì 7 novembre 2007

Acqua e sapone

E lava, lava, lava… e sciacqua, sciacqua, sciacqua…
In fase digestiva, dopo una cena troppo abbondante, stravaccata sul divano, aspetto di vedere un filmone “La notte delle aquile”. Passa la pubblicità, e in genere durante la pubblicità non sfogo alcun raptus compulsivo del cambio canale, rimango semplicemente in stand by.
Soliti prodotti: gorgonzola con topolona, macchina che si sdoppia, poi inizia una musica e dei colori che identifico con una marca di calze, invece no. (ormai anche le pubblicità sono tutte uguali e omologate)
E’ un sapone intimo. Molto intimo, tanto intimo da essere accompagnato da alcune frasi che dovrebbero sottolinearne la bontà:
39 donne su 100 sono state tradite dal proprio partner
47 donne su 100 hanno tradito il proprio partner
per 100 donne su 100 c’è questo sapone.
Praticamente le parti intime qualsiasi situazione avranno la ventura di affrontare saranno ripulite e messe a nuovo dalla delicata schiuma del sapone intimo così generoso e di animo nobile.
E allora: .. e lava, lava, lava e sciacqua sciacqua sciacqua.

martedì 6 novembre 2007

Pelo e contropelo


Se con il precedente post avevo dato prova di quanto ero in grado di scendere in basso nei meandri dell’umana esistenza, con questo darò prova di come al fondo non ci sia limite (a proposito di meandri dell’umana esistenza, tra il riso e le lacrime, questa mattina una mia collega che ha la madre colpita da Alzheimer, mi raccontava che in questi giorni la madre ha iniziato a parlare dei colori dell’anima: la madre è convita di avere un’anima blu scura, quella della figlia è ancora in fase di determinazione; io mi attribuirei un’anima color indaco).
Ma non disperdiamoci in inutili panegirici, il menù di oggi prevede: la depilazione con il filo orientale.
Prima di entrare nel lasso spazio-temporale deputato al lavoro, mi faccio un bel giro di controllo delle mie mail, e questa mattina con ancora il sapore del caffè in bocca, leggo di questa nuova tecnica di estirpazione del pelo, e mi sono immaginata seduta sul pavimento intenta a farmi la ceretta con un filo interdentale. E’ stata solo un’immagine fotografica, perché ovviamente, come tutte le donne al mondo, sono perfettamente glabra nei famosi punti critici, e disconosco la funzionalità di rasoi, silkepil, cerette ecc., fatto è che mi interessava capire, per una mia più ampia cultura, e approfondire la notizia.
Quasi a metà articolo mi rendo conto che in realtà è il diario di un’apprendista estetista, una discepola che viene iniziata all’arte dell’estirpazione del pelo da una vecchia maestra orientale “avevo capito che la mia dedizione verso la ricerca del benessere andava oltre … e che la mia sensibilità di amante del naturale era molto spiccata”. Pura poesia, che racchiude insieme l’estetica e l’ontologia del pelo superfluo. Mossa da sì tanta delicatezza come resistere a una prova di depilazione trascendentale, il bulbo pilifero vissuto come un nuovo chakra, il pelo come un prolungamento cosmico della donna.
Sembrerà banale specificarlo ma il filo orientale richiede molta tecnica e pratica, e sa va sans dir non ha alcuna controindicazione. Nel diario la giovane apprendista annota lo stupore e la meraviglia della cliente ogni qualvolta applichi questa tecnica, incredule di come un semplice filo possa estrarre in maniera così precisa la radice del pelo e non provocare dolore.
Ho provato a capire come diavolo potesse succedere che un filo tolga un pelo e non so perché nella mia testa si apriva un viaggio mentale che partiva da mia mamma che taglia con un filo una torta da riempire con la crema, e arrivava alla voce odiosa di una persona che mi diceva che tento sempre di spaccare i capello in 4. E tra le righe del diario, ho scoperto, con mio sommo stupore, che il filo orientale è un semplice filo di cotone, però molto resistente. Le ultime righe di chiusura sono un’estrapolazione del diario, nel quale l’autrice (e chi meglio di lei?) declama la tecnica: “ Questo filo si mette fra le dita delle mani come una spirale ed una parte dello stesso è legata al collo di chi depila per poter fare leva ed estirpare i peli in qualsiasi parte del corpo si voglia operare.Esso ha il potere "magico" di estirpare il pelo dalla radice, portandolo nel tempo ad indebolirsi a tal punto da non farlo più ricrescere”.

La mia esaltazione mi porta a esclamare “Santa subito!!” però più laicamente propongo l’assegnazione del prossimo nobel per la scienza.

Per chi fosse interessato ad acculturasi questo è il link
http://www.bellezza.it/donne/est/inestet/destpel6.html

martedì 30 ottobre 2007

Amore e calorie



Non posso, non posso, a costo di coprirmi di ridicolo,

a costo di essere considerata una donna, una giovane donna per la verità, superficiale, repressa o viziosa a seconda delle prospettive, non posso lasciarmi sfuggire il commentare una specie di schema pubblicato oggi a pagina 17 del Giornale: amore e calorie.

Anche perché quante persone leggono Il Giornale? e far andare perduto, lasciare completamente dimenticato il prezioso inchiostro usato nella stampa sarebbe un vero spreco.

Vorrei vedere in faccia l'autore non tanto dello schema, bensì la faccia dell'individuo che si mette a calcolare le calorie consumate in certi frangenti: è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo.

Questo individuo, che non dovrebbe rientrare tra i 100 uomini più intelligenti del mondo (elenco pubblicato su Repubblica, oggi era il giorno degli schemi e degli elenchi ), ha speso del tempo, e presumibilmente è stato pagato, per calcolare quanto una donna bruci durante un rapporto sessuale, chissà se la donna presa in esame era una di famiglia?, comunque prima di cadere nel pecoreccio, vado a valutare i dati emersi, che riservano non poche sorprese:

togliersi i vestiti da fermi fa bruciare 12 calorie,

togliersi i vestiti correndo per la stanza ben 187 calorie, ovviamente credo che il dispendio calorico valga anche se dopo essersi tolti i vestiti correndo, una qualsiasi donna invece di avere un amplesso se ne vada a letto a dormire tranquilla tranquilla senza strani pensieri.

Quindi questa sera, per bruciare la merendina di oggi pomeriggio, ho deciso, mi metterò a correre per la stanza togliendo maglietta, maglione, gonna, insomma mi spoglierò, gettando i vestiti qua e là per la stanza, in preda a una furia dionisiaca (raccogliere i vestiti e metterli nell'armadio avrà un suo dispendio calorico?)

Togliere il reggiseno con una mano brucia 8 calorie, solo io possiedo reggiseni che per essere slacciati sarebbero necessarie le mani di Shiva?, le calorie bruciate sono tre volte tanto se le mani impiegate sono sia la destra sia la sinistra, anche qui c'è qualcosa che non mi torna, io avrei detto 16 calorie, invece fa 24, mentre l'uso dei denti, una contorsionista, prevede 95 calorie in meno. Non sono Biancaneve, e a ragione mi stupisco quando leggo con “ i denti”, perchè nella premessa allo schema si fa riferiemento alle calorie spese che sono solo quelle della donna. E allora mi si deve spiegare come fa una poveretta a togliere il reggiseno con i denti, o si tratta di rapporto saffico, e fin qui nulla da ribattere, o le calorie bruciate dalla donna sono per la paura che l’uomo possa rovinare irreparabilmente il reggiseno e dopo averlo slacciato lo possa mangiare.

Le mutande non hanno nessun peso sul fattore dispendio calorico, e non sono minimamente prese in considerazione, come dicono a Roma, non sono prorio calcolate.

Finalmente si arriva al dunque: orgasmo

Raggiungere l'orgasmo vale un bel piatto di pasta, il commento l’ho copiato dall’articolo correlato, 315 calorie, e qui eviterei un qualsiasi commento; però c'è anche la possibilità che una donna faccia finta di raggiungere l'orgasmo, e in questo caso come si dice dalle mie parti cornuta e bastonata, le calorie consumate sono solo 122 (per fare prima, avrei voluto tanto mettere un valore approssimativo, ma calcolare un 122 calorie su un finto orgasmo non ha nulla di approssimativo e ho deciso così di riportare i valori precisi di questo studio).

Niente sigaretta, niente baci, nessuna parola, niente di niente, prestazione secca, ci si riveste.

Rivestirsi con calma porta a un consumo di 30 calorie, rivestirsi frettolosamente 86, ma rivestirsi mentre il padre bussa alla porta, oltre alla comparsa delle prime rughe e a ciocche di capelli bianchi, fa bruciare 1.212 calorie. La vestizione che vale invece una tappa del giro d’Italia è rivestirsi mentre la moglie bussa alla porta, se una ha il sangue freddo di non farsi venire un infarto, sono 3.524 calorie in meno, oltre a quelle consumate per scappare correndo, il più lontano possibile.

Che dire? E io antica che volevo iscrivermi in palestra.

Luci e ombre


Tra sabato e domenica è iniziata ufficialmente la stagione invernale, quella lenta, quella di quando fa freddo e piove, quella di quando si sta volentieri sotto le coperte. E alzando gli occhi dalla scrivania guardo oltre la finestra di fronte a me (non che il panorama sia invitante, solo macchine e camion che corrono) e scopro che fuori è nero, fuori è già notte. E’ solo tardo pomeriggio, ma sarà per i vetri oscurati, sarà che non vedo l’ora che finisca questo lunedì, fuori è proprio buio, e forse in qualche cielo, meno sporco di questo, si potrà vedere anche la luce di qualche stella.
Spostando le lancette dell'orologio siamo in grado di spegnere o accendere il sole, di rallentarne il corso.
Ormai è ora di chiudere il computer, la navetta è fuori che aspetta, sento i colleghi che rompono il silenzio della giornata lavorativa, devo prepararmi, pubblicherò queste righe domani mattina, con la luce.

venerdì 26 ottobre 2007

Donne - ossia rapporti umani


Sembrerà strano leggere il titolo donne e poi vedere la fotografia di piedi, ma per tutto esiste una spiegazione.

Di questa settimana due notizie che sicuramente potrebbero cambiare l’esistenza di milioni di individui: “le donne (di successo) fanno paura agli uomini” (la parentesi è una mia licenza), e “donne, mare e libertà”. Uno dei tanti imperdibili trattati di sociologia da sala mensa, sostiene che le donne che impostano la loro vita sulla carriera spaventano gli uomini, che sentono messa a repentaglio la loro mascolinità, il loro naturale istinto di supremazia; di contro un fine pensatore della scena italiana, in un articolo ‘fuori stagione’, inconsapevolmente risponde alla provocazione descrivendo la dolce e remissiva disponibilità di molte donne sudamericane che esercitano la professione di assistenti sociali, all’interno di case d’appuntamento nei tanti paradisi del turismo.

Il filo comune della discussione sono ovviamente le donne, donne troppo ricche che fanno sentire gli uomini non a loro agio, donne troppo povere per potersi permettere di fuggire a situazione di vera e propria umiliante sottomissione. Mi sembra superfluo proseguire nei luoghi comuni: gli uomini hanno paura di prendersi delle responsabilità, o le donne italiane sono diventate troppo pretenziose; gli uomini vogliono la moglie che stia a casa e si prenda cura di loro, quando stanno male, mentre, sfoggiano l’amante in giro come un trofeo di caccia.

Quando si cerca di dare una descrizione del rapporto ideale tra uomini e donne ricordo solo volentieri la profonda saggezza di Massimo Troisi: uomini e donne sono le persone meno indicate per stare insieme.

Ognuno alla ricerca di un ideale che quanto più si scosta dalla realtà tanto più allontana i due mondi.

Però in tutti questi anni di vita, ho acquisito almeno una certezza. So quale aspetto della donna spaventa e terrorizza gli uomini: i piedi freddi a letto, tipici delle notti invernali.

P.S. Non conoscevo l’esistenza dell’articolo che narra di donne molto disponibili e molto tettute, ma per motivi che non posso raccontare, sono stata chiamata dal mio direttore, insieme alla sua segretaria, e ho dovuto subirne la lettura. Premesso che non si trattava di molestie sul posto di lavoro, e premesso che mi sarei dovuta in qualche modo occupare dell’articolo stesso, ho ascoltato la lettura non senza un certo senso di disagio, gli argomenti erano affrontati senza perifrasi, e non sapevo bene se ridere o rimanere seria, perché al momento non riuscivo a percepire se l’articolo indisponesse o compiacesse il lettore.

Neppure troppo sconcertata dai commenti del dopo lettura (ormai avevo capito il senso di compiacimento del lettore), sono tornata alla mia postazione, ma carica di dubbi dopo qualche minuto sono andata a cercare la segretaria, per chiederle se lei avesse capito il messaggio subliminale: devo farmi le tette più grandi o la mia carriera deve puntare ad altri lidi?